Dialogo di una tenia e della sua ospite su un volo di linea Ryanair

un racconto di Simone Capozzi,
foto di Kristina Rozhkova.

Quando la voce fredda dagli altoparlanti annunciò che il gate per Edimburgo era aperto, il mio ventre rispose con un verso sconosciuto. “Ah” pensai “devono essere i noodles di ieri sera che stanno facendo effetto. Oppure i churros di stamattina che provano a parlarmi in gaelico, who knows”. Elisa era accanto a me e dal suo colorito verde intuii che qualcosa era andato storto anche a lei. Le chiesi: tutto bene? e lei assentì con un sorriso che ricordava le terribili espressioni di una vittima di Torquemada.

Intanto si formava una fitta fila, la voce annunciava ancora una volta che le porte del gate erano aperte. Damas y caballeros, las puertas están abiertas. Por favor acércate a la entrada. Mi avvicinai allargandomi la stretta della cintura che mi toglieva il respiro e mi accorsi che Elisa faceva lo stesso. Eravamo proprio una coppia perfetta. Gli stessi gesti. Gli stessi gusti. Mi sentivo così fortunata, era la prima volta che riuscivamo a passare un weekend insieme dopo tanto tempo. Il primo weekend libero solo per noi due. Eppure c’era una sensazione, una percezione occulta che balenava nella periferia del mio cervello. Era la storia di un disastro aereo che neanche più ricordavo. La storia non la ricordavo più, ma la paura restava. Elisa sembrava preoccupata da altre questioni. C’era un uomo basso, con un naso a forma di carota che la tallonava e sembrava godere della vicinanza provocata dalla fila serrata del gate. Un bambino iniziò a picchiare le dita sui tasti del pianoforte. Ne venne fuori un’accidentale cacofonia che aumentò la già forte sensazione di nausea.

Damas y caballeros, las puertas están abiertas. Por favor acércate a la entrada.

Dai, Fra, su, muoviti, mi disse Elisa. Ritornai alla storia del disastro aereo. Era un disastro Ryanair? Una rapida ricerca in rete. Nessun disastro recente, solo un pilota che si è tolto la vita in auto, a Malaga. Un suicidio quindi, ma nessun disastro. Attraversammo placide il tunnel che ci portò alla fusoliera dell’aeroplano mentre i passeggeri si godevano le proprie realtà virtuali. Prendemmo posto, io accanto a Elisa. Ci guardammo, sorridendo. Presi tre compresse di Tavor Oro. Mi addormentai subito. Elisa sorrideva e mi stringeva la mano. Prima che chiudessi gli occhi, il sorriso si contorse in qualcosa di maligno.

Mi svegliai a causa di un rumore sordo. Un bird strike? Mi scappò una bestemmia. “Ma che cazzo, non si può neanche dormire in tranquillità su questi voli di merda”. Non c’era stato nessun bird strike. Chiesi a Elisa se avesse sentito qualcosa; dormiva beata. Gli altri passeggeri sembravano ignari dell’accaduto. Saranno stati distratti dai propri smartphone? Da qualche pubblicità di saponi apparsa mentre guardavano il video di un circo di gatti ammaestrati? Nessun bird strike. Ritornò la storia del disastro aereo. Non la storia intera, un frammento. Almeno una sensazione di paura. Mi ricordai di questo pilota depresso, forse si chiamava Mark Smith, che aveva deciso di suicidarsi in volo e uccidere più di cento passeggeri con questa scelta suicida. Aveva tolto il pilota automatico e diretto l’aereo verso una catena montuosa. Aveva recitato una lunga poesia prima dello schianto. Se n’era parlato per un po’, poi la storia era finita nella lunga, infinita lista di suicidi e depressioni contemporanee. Nella lista degli incidenti. Ma Mark Smith, lui o il suo fantasma, ritornava ogni volta che prendevo l’aereo.

Sentii di nuovo un rumore sordo. Questa volta mi accorsi che veniva dal mio intestino. Un lieve, strisciante bruciore attraversava l’intestino come un bruco una mela. Elisa continuava a dormire. Anche lei non aveva un bell’aspetto poco prima del volo, ma il sonno sembrava ristorarla. Aveva un volto sereno e riposato. Forse stava addirittura sognando. Mi alzai, colpendo con una gomitata la mia vicina e travolgendo Elisa, alla mia destra. Nessuno se ne accorse. In piedi, sentii una fitta violenta al ventre. Feci qualche passo. Mi tremavano i ginocchi. Riuscii ad arrivare in bagno, aprii la porta mentre le operatrici di volo parlavano con un collega simpatico e muscoloso con uno SMILE tatuato sulla parte destra del collo, appena sotto l’orecchio. Appoggiai il braccio destro alla parete del cubicolo stretto del bagno. Contrassi gli addominali. Sentii che qualcosa usciva dal mio intestino e cadeva nel gabinetto. La sofferenza lasciò spazio ai brividi di freddo che risalivano la schiena come licantropi. Per un momento mi sentii sollevata. Poggiai la fronte sulla parete e mi rilassai. Tirai su i pantaloni, mi sistemai la camicia, mi sciacquai le mani. Prima di uscire, guardai sul fondo del gabinetto. La vidi. Era lì. Era una grossa tenia, con una testa di almeno due centimetri di diametro, ricoperta da ben quattro ventose. Che schifo. Chissà da quanto tempo era dentro di me. Aveva agito indisturbata. Magari mi aveva convinto a prendere il biglietto per Edimburgo per incontrare, in vacanza, un’altra tenia. Chissà.

Scattai una foto della bestia, l’avrei mostrata a Elisa per disgustarla.

«Ehi tu» disse una voce. «Sì, parlo con te». Mi guardai intorno. «No, no, guarda in basso, dove non guardi mai. Che fastidio ti davo io?» La voce ricordava quella di un paperino ubriaco. La guardai ancora. Mi faceva schifo.

Una bestia cieca, uncinata, che viveva nel mio intestino. Vita cieca. Pura vita. Vita ottusa. Le avrei schiacciato la testa come si fa con le bisce. Oppure le avrei trafitto il corpo con un grosso chiodo per poi appenderla alla porta, come monito per i vermi solitari del futuro.

«Sei un verme. Mi fai schifo, mi dispiace».

«Non sono un verme, mia cara, sono una Tenia solium. E se sono qui lo devo a te e alla tua passione per la carne di maiale» diceva la tenia con la sua buffa voce. Sembrava una tenia altamente educata. Anzi, a tratti boriosa nei modi con cui si rivolgeva a me.

«Già. Non capisco come si possa essere vegetariani».

«Neanch’io» rispose la tenia. Cominciava a essermi simpatica.

«Come sei arrivata nel mio stomaco?» Le chiesi. Intanto, però, tenevo la mano destra accanto al pulsante di scarico, in posizione di fuoco.

«Ho viaggiato a lungo, in diversi corpi. Per due mesi ho vissuto da ospite nell’intestino di un grosso maiale maschio di un quintale. Quando l’animale mi ha cacciato via, sono stato un po’ all’aria aperta, nel terreno umido di campagna. Qui, con enorme bontà, un bambino mi ha accolto nel suo esofago e nel suo intestino. Ho vissuto bene, molto bene.
Qualcuno dovette accorgersi che al bambino bruciava il popò quando andava al bagno e così mi hanno fatto espellere. Sono finita nello stesso luogo in cui mi trovo ora, un gabinetto. Nell’acqua di un gabinetto si sta davvero male, perché non c’è modo per me di procurarmi cibo. Ho bisogno di qualcuno che abbia un apparato digerente. Certo, si può galleggiare in attesa di qualcosa di meglio, come un bel fiumiciattolo di periferia che ti porti nel mare aperto… ma non sono cose che capitano spesso. Solo se sei abbastanza fortunata riesci ad arrivare su una spiaggia. Le correnti marine mi portarono su una spiaggia dove una simpatica bambina con una frangetta nera giocava a costruire castelli. Mi ha inghiottito con gioia e mi ha allevato per due mesi. E per due mesi ho vissuto nell’intestino di questa bambina, aggrappato con il mio scolice alla mucosa come un cowboy in sella a un toro imbizzarrito».

Bussarono alla porta.

«Un attimo, è occupato».

«Fra, sono io, sono Elisa. Tutto bene».

Aprii la porta quel tanto da poterla guardare negli occhi. «Sì, sì. Ho solo avuto problemi di stomaco». Mi diede un bacio e si allontanò. «Ti aspetto di là».

«Ti prego, fammi rientrare! Ti prego, non lasciarmi qui in acqua!» implorava la tenia. «Mi farò così leggera che quasi non mi sentirai, sarò così delicata che non potrai provare alcun dolore. Non voglio farti del male. E se te ne faccio, non è un mio desiderio. Conosci la favola della rana e dello scorpione?»

«Sì, e non ho intenzione di sentirla ancora. La rana finisce morta stecchita a causa dello scorpione. E lo scorpione, un gran paraculo, le dice che è la sua natura e non può farci niente. E comunque non è un buon esempio per te».

Ci fu un sobbalzo dell’aereo e per poco non schiacciai il pulsante di scarico.

«Non farmi del male, se mi scarichi ora morirò».

«Non so cosa dovrei fare, allora».

«Potresti riprendermi con te».

«E come?»

«Ingoiandomi».

«Non se ne parla. Soprattutto, non sei per niente credibile con la voce che ti ritrovi».

«La superficialità e l’egoismo della vostra specie vi porterà alla rovina. Siete dei parassiti che stanno uccidendo l’ospite. Non sopravviverete» chiosò la tenia, indispettita. Ci fu un altro sobbalzo, e altri ancora, prolungati e continui. Ripensai a Mark Smith. Tornò la paura e la voce gracchiante di qualcuno che recitava una poesia.

«Hai ragione. Siamo rovinati».

«Credi che il fango biblico sia una cosa diversa dalla poltiglia che la fucina del tuo stomaco ogni giorno, incessantemente, trasforma nella calda opera finale dei gabinetti?»

«E con questo? Cosa vuoi dire?». Intanto mi sembrava di sentire la voce salmodiante di qualcuno che recitava una poesia. Di qualcuno che leggeva le poesie come ti insegnano a scuola. Aprii la porta, guardai fuori. L’abitacolo era nel buio. E nel silenzio. Notai un uomo, probabilmente sulla cinquantina e un corpo enorme che fuoriusciva abbondantemente dallo schienale. Si muoveva, insofferente, seguendo con i movimenti della testa la posizione del piccolo schermo che agitava davanti a sé.

«Comunque, sì, hai ragione. Siamo condannati».

«Avete dimenticato il corpo. E avete dimenticato la merda: così vi siete tagliati fuori dal ciclo delle cose di natura. Credete, invece, di essere giunti a uno stadio superiore di civiltà. Martin Lutero ha avuto la sua visione nel segreto luogo di un gabinetto».

«Scusami, ma tu come le sai tutte queste cose?»

«La madre della bambina in cui ho vissuto per un po’ era una storica della filosofia».

«Ah, capisco. Ti è andata bene».

«Certe volte ti va bene, altre volte no. Così è la vita».

«Ecco, appunto, certe volte non ti va bene».

Schiacciai il pulsante di scarico.

Un risucchio assordante cancellò la presenza della tenia su quel volo di linea Ryanair. Mentre ritornavo a sedermi, ripensai alle sue parole. Pensai che contenessero profonde, profondissime verità da meditare di quando in quando se non propriamente da considerare con la massima serietà. Mi aveva sorpreso quella tenia, eppure non avevo ancora sentito i discorsi della Tenia solium che Elisa, inconsapevolmente, portava nel suo intestino. Si manifestò nel gabinetto di una camera in affitto su Airbnb nella città vecchia di Edimburgo.

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