CORDON, blé, o La fisica degli spazi aperti

un racconto di Maurizio Salis,
tutte le fotografie di Sirio Pedrazzini.

Èandatapropriocosì, irebbinfilati, lapuntadelcoltellocheiniziaincidere, ilformaggio? Cheschizza, camicianonblé, dalavare… appollottolatalacamicia

“Accendi la lavatrice per favore!”, “dopo”, rispose a sé stesso Gordon chiudendo la finestra.

“Carico la lavatrice”, pensò a bassa voce. Frugò nelle tasche dei calzoni, unframmentodipostitconscrittoacquaragiachiodinilampadinetappidisugherobanane, e il Bancontatt, che non funziona più.
Da un mese, non funziona più, come viene inserito appare sullo schermo del Banconttat la scritta Contatti non abilitati, e ancora, e…

Al supermercato Matteo non lo salutò, Gordon ci rimase male, provò a chiedergli come stava, Matteo disse che i Cordonblé erano proprio freschi, “come dei pesci?” si chiese Gordon, mentre la signora a cui Matteo parlava si faceva convincere sui Cordonblé. Li volle anche Gordon, ne chiese due, ma Matteo non lo servì, o non lo sentì? Lo chiese di nuovo, ma Matteo di nuovo…
Decise che doveva andare, SUBITO!
Andando verso l’uscita prese dal carrello della signora i Cordonblé, la signora con lo sguardo fisso sul reparto latticini. Mise i Cordonblé alla cassa, la cassiera rivolta verso la fila chiese: «Di chi sono i Cordonblé?» la cassiera prese i Cordonblé e li riportò da Matteo. «Sono della signora con la gonna fucsia», esaustivò per la cassiera, che soddisfatta di sé si recò verso, la signora ringraziò e riprese a cercare il burro salato, «possibile non ci sia?» irritandosi.
Gordon profittò della sua irritazione concentrata, prese di nuovo i Cordonblé e uscì dal supermercato, questa volta senza cercare di pagare. Andò a casa, e successe quello scritto all’inizio, fino a appollottolatalacamicia. Spallottolòlacamicia, la indossò, o la mise su, e si infilò in un sol corpo nella lavatrice, che lo assunse in un sol boccone.
Trenta gradi, detersivo per nero, spruzzate di smacchiatore sul petto prima di, Nella prima mezz’ora sentiva il massaggio sui capelli come quando li aveva, seduto sulla poltrona di Filippo, il barbiere, vuoi che un barbiere di un tempo non si chiamasse Filippo? Nella seconda mezz’ora la centrifuga lo provò, all’inizio piacevolmente erotizzante, si masturbò, poi tumultuosa e senza indugi. Gli ultimi tre minuti si pettinò specchiandosi nell’oblò, e intravedendo oltre sé stesso la gatta perplessa.
Così centrifugato si appese per sei minuti sui fili di nailon affacciati al balcone, “sei minuti sono quelli giusti, non uno di meno, certo non uno di più”, sentenziò Gordon che approvò la sentenza e la promulgò. In questi sei minuti riprendo in mano il libro iniziato ieri, Stia tranquillo. Quando arriveremo a Comala lo…1… squilla il campanello, sarà la pizza, è la pizza, 

Non pienamente asciutto, si stese di nuovo, sul divano, si addormentò. Fece questo sogno.
Entrava in un teatro, una commedia?
“Esposti al vento” nelle locandine, sottotitolo “FoglieOvettiTempereFolliasucartoncino”.
Il vento lo portò sul palco, tre sedie, si sedette in una, le altre due rimasero vuote sei minuti, poi si sedettero Lou Reed e un imitatore di tutto e di tutti.
Aumentò il vento, Lou Reed si tolse il giubbino di velluto e lo propose a Gordon.
Gordon lo ringraziò, e iniziò a cantare, in italiano: «Dai da mangiare agli animali nello zoo – Poi dopo, anche un film – E poi a casa – Oh, è una giornata così perfetta – Sono felice di averlo passato con te…»2
L’imitatore di tutto e di tutti imitò un applauso, convincente, Gordon ne fu contento. Gordon lo vide imitare gli animali nello zoo, poi gli sembrò imitasse un film ma non capiva che film, annunciò la chiusura dello zoo, anticipata per troppo vento. L’imitatore di tutto e di tutti gli tolse la copertinarossabluebianca che lo avvolgeva sul divano e gli disse che non deve mai dimenticarsi che le donne vogliono sempre bere tequila.

Camicia bordò, pantaloni blé, giacca blé ma leggermente meno, o più? blé dei pantaloni, pronto per il vernissage:

“Esposti al vento” – “FoglieOvettiTempereFolliasucartoncino”, instabilità in mostra.
Domenica 31 marzo ore 18.45, Galleria del Vento, Padova
Non sono ammesse finestre aperte e ventilatori portatili

Gordon non aveva mai sentito parlare di questo pittore, e neanche si ricordava il nome e nel cartoncino pure non vi era scritto, era però curioso, e seppur costumante pigrizia la curiosità spinse all’uscita, unita alla spinta di Zoe, la sua… la sua… la sua???
Come definire, la loro, relazione? Non la definiamo, certamente non ora, anche perché sono le 18:18 e seppure la Galleria del Vento non sia distante, appunto… Zoe, con un vestito indaco, arriva contemporaneamente a Gordon, bordòblé vestito, si vedono, si guardano, si sorridono, non si avvicinano nella reciprocità prossimale. Zoe, d’indaco vestita, indica con prudenza che… Gordon capisce, e con reciproca prudenza sta fermo poco oltre l’entrata, composta da doppia porta con camera di compensazione… Non sono ammesse finestre aperte e ventilatori portatili

Inizia a piovere, Gordon riceve un WhatsApp, non lo guarda, ricorda però la foto inviata da Zoe anni prima, nel viale della Galleria del Vento. Perché Zoe? Sì, il nome mi piace, ma perché la sto chiamando così, associazione con lo zoo? Mi par debole… chi è cosa è Zoe? 

Gordon e Zoe si tengono distanti, mistero della fisica degli spazi aperti, occhichesiguardanolabbrachesibacianocorpidistanti, ma non è un’esplorazione scientifica. 
Un vernissage, ah…

Le opere, quadri? Coperte da teli bianchi raggrinziti, panni per la polvere utilizzati e non lavati, e certo non stirati, ma quelle grinze piacciono a Gordon, se fosse un pittore dipingerebbe su quelle grinze, gli viene da pensare così, e gli viene da pensare che forse anche Zoe lo farebbe, glielo chiederà. Ma saranno i teli bianchi raggrinziti le opere? 

Un uomo, alto più di Gordon, con un berretto francese in testa, o lo teneva in mano? e naturalmente una sciarpetta, leggera, disse così: «Piove, i gerani saranno contenti, e io anche lo sono». «Sono contento anch’io», disse il suo compagno, compagno? fidanzato? «quando siamo usciti pensavo proprio che oggi non abbiamo dato acqua ai gerani».
Gordon voleva chiedere il colore dei gerani, saranno come? Non lo chiese.

“Esposti al vento” – “FoglieOvettiTempereFolliasucartoncino”, instabilità in mostra.

Arrivò il pittore, l’artista? comunque colui che…
Aprì le porte, entrò il vento, bagnato, le foglie gli ovetti le tempere la follia iniziarono a volteggiare.

L’esercizio della memoria è un esercizio infame, specie nella sicumera della ragione.
Zoe lesse queste note scritte nel telefono di Gordon, gli chiese il significato di sicumera.
Zoe continuò a leggere nelle note del telefono di Gordon
Farmaco iniziato il 20 aprile intorno alle 17. Non gli chiese che farmaco, lo sapeva.

Niente di nuovo La simulazione del tempo Una finzione? Un salvagoccia?
Scivolerebbe sullo scottex arrotolato sul collo, se non ci fosse?
Con la finzione dei miei occhi potrebbe assumere forma di giraffa
Quella sarebbe la tua Diventa anche mia Insieme alla forma di orsetto
… che mi regalasti… Zoe era incerta, forse le piaceva? questa, poesia? Sapeva la storia dell’orsetto, caduto nel cesso di un ristorante, ma la giraffa, e la sua forma?

… un tempo ti avevo regalato belle scarpe e tu osavi ancora ciabatte un po’ così… A Zoe sembrò curiosa l’idea dell’osare le ciabatte, se non fossero state note di Gordon sarebbe stato certo un refuso, ma erano le note di Gordon, e se anche fosse stato un refuso subito diventava un inciso.
Direi: Riso Dado vegetale Cipolla Gorgonzola Burro senza lattosio Grana nel caso che 
Tanta pazienza e amore, verde q.b.
Ma ho davvero scritto amore? E perché Gordon ha copiato nelle note il WhatsApp della spesa che gli ho indicato per il risotto, quella sera che… assomiglia a…

Appunti per una giraffa, e per una sua forma. La giraffa ha il collo lungo, o alto? Le gocce sullo scottex devono essere precisamente stilizzate, pena lo sformarsi delle orecchie. Le zampe non sono importanti, basta che siano quattro, ma potrebbero bastarne anche due, la forma sarebbe comunque quella. Ma se dovessimo parlare di pesci, dicosaparliamoquandoparliamodipesci? 
Zoe poggiò il telefono, l’ultima frasedomandasenzapause le ricordava una frase altra3, non ci voleva pensare, poggiò il telefono, si stese sul divano fianco a Gordon, tirò a sé un po’ di copertina sperando di non svegliarlo, è la prima volta che Gordon si addormenta mentre lei è sveglia, pensò questo, e si addormentò anche lei. «Ti ricordi?» chiese Gordon svegliatosi per un attimo, riaddormentandosi prima di avere una risposta. Zoe si svegliò, di nuovo affamata, Gordon ancora dormiva, “è la prima volta che Gordon non si sveglia quando mi sveglio”, pensò questo, e decise di svegliarlo. «Di cosa mi dovevo ricordare?» chiese poggiando le labbra sulle labbra di Gordon. «Non ricordo», rispose Gordon, «hai fame?» le chiese. «Sì, ho fame», disse Zoe.

“Ma che ne sanno gli altri”, non andava via questo ritornello dalla testa di Gordon, da appena sveglio, Zoe non era stata da lui quella notte, al mattino non l’aveva trovata al suo fianco, «Manchi», si disse a vocealtra, così poteva pensare di non mancarle.
Prese un foglio grande, non lo tagliò, intero lo appese al muro, iniziò a dipingere, usò solo il rosso quella mattina, decise Gordon attaccando il foglio alla parete.
La notte aveva invece usato più colori, non tanti, quattro, cinque? Ma giocando a mischiarli sembravano molti di più, e infatti erano diventati molti di più.
Poi si mise a scrivere, La fisica degli spazi aperti.

Quella sera che Zoe raccontò che Myriam aveva la convinzione che la luna potesse caderle addosso all’improvviso… sì, quello sarebbe un degno “all’improvviso”… Gordon pensò a Myriam con tenerezza, ricordandosi, all’improvviso? di quando da bambino era convinto che alla fine del mare che vedeva dalla spiaggia c’era un precipizio, il mare certamente finiva alla fine del mare, e dopo la fine c’era un precipizio. Lui non l’aveva mai visto ma sapeva che era così, non era mai andato a vedere se era vero, sapeva che era così, non aveva bisogno di andarci. 

Gordon, a differenza di Zoe, non riusciva a preoccuparsi per Myriam, anzi la capiva, anche se ora non pensa più che alla fine del mare ci sia un precipizio, e non ne ha la mancanza, neanche del bambino che guardava il mare dalla spiaggia.
Una volta, una volta molto ventosa, camminava avanti e indietro in mezzo alla spiaggia, né sulla riva né all’inizio della spiaggia, li dove arrivano le macchine, era proprio in mezzo, approssimativamente in mezzo, grosso modo in mezzo, ad occhio era in mezzo, e camminava verso le rocce, poi tornava indietro e camminava verso il resto della spiaggia, era molto grande la spiaggia, molto larga e molto lunga. La spiaggia è ancora molto larga e molto lunga.
Un’altra volta si è infilato in un rudere di baracca, e si è masturbato, sarà stata la prima volta? Non si può sapere, perché non si ricorda. Il rudere di baracca non c’è più.
Una volta giocava saltando i cavalloni, un’altra volta ventosa, anche, e la corrente lo trascinava via, non riusciva più a tornare indietro, ha avuto paura, poi è riuscito a tornare indietro. Ha continuato a giocare con i cavalloni, in tutte le volte ventose. Ancora adesso che non c’è più quel bambino che… I cavalloni ci sono sempre, in ogni volta ventosa.

Gordon poggiò il Mac sul tavolino, disse al bambino che camminava avanti e indietro in mezzo alla spiaggia di aspettarlo, La fisica degli spazi aperti presuppone, forse, la necessità irremeabile di sostare in uno spazio in mezzo, tra la riva e l’inizio della spiaggia, lì dove arrivano le macchine, proprio in mezzo, né sulla riva né all’inizio della spiaggia, lì dove arrivano le macchine, proprio in mezzo. Non per scelta, ma per irremeabilità, perché l’osare le ciabatte è un auspicio, un refuso del Mac che poi l’artista fa proprio perché colpito dal refuso e subito convinto che sia una grande intuizione.
La fisica degli spazi aperti necessita di pazienza, che non evita la frustrazione, ma la produce, e induce a stare in attesa, del momento in cui si può raggiungere la riva, e di giocare con i cavalloni, se la volta è ventosa, o di raggiungere il lì dove arrivano le macchine, pensando di andar via.
La fisica degli spazi aperti implica il guardare e il guardarsi, senza avvicinarsi, irremeabilmente sostando in uno spazio in mezzo, tra la riva e l’inizio della spiaggia, lì dove arrivano le macchine… La fisica degli spazi aperti chiede…

Telefonò. A chi non è dato di saperlo, la persona rispose e Gordon disse «ciao». Gordon non disse altro per un buon tempo, ascoltava con attenzione, come se avesse ricevuto lui la telefonata e non fatta lui, e chi al telefono avesse chiamato per raccontare chissà che. E Gordon ascoltava con attenzione dedicata, come quella che rende accolto uno che chiama per raccontare chissà che. Gordon era bravo in questo, esperto di fisica degli spazi aperti. Mise in vivavoce per poter continuare a scrivere mentre.
«Ma se andiamo insieme con Mattia e se poi Mattia si stufa e vuole tornare prima? Non è meglio se andiamo per i fatti nostri? E Zoe ha deciso cosa fare? Viene? Non viene?» 
«Non so», contributo di Gordon alla telefonata.
«Va beh, aspettiamo per Zoe ma con Mattia cosa facciamo?»

«Pensi che la zebra sia un animale bianco con strisce nere o un animale nero con strisce bianche?»4
Gordon lo disse a vocealta, ricevette un silenzio. Gordon disse: «Ti faccio sapere appena Zoe…» e chiuse la telefonata senza finire la frase, o era finita? 

La fisica degli spazi aperti ha come colonna sonora “Che ne sanno gli altri”, di Gazzelle, che non è una zebra, al di là del suo colore, non è una giraffa. Il titolo della canzone forse è un altro, ma nella fisica degli spazi aperti i titoli non hanno importanza, se non come frasi, e le frasi hanno importanza al di là di loro, potendo diventare titoli, nel caso che.
La fisica degli spazi aperti è una frase, è un titolo, un sottotitolo, un doppiotitolo, un triplotitolo potrebbe diventare, assumendo in sé forza di tritolo. 
La fisica degli spazi aperti a volte è un pitone che srotolandosi nell’in uno spazio in mezzo, tra la riva e l’inizio della spiaggia, lì dove arrivano le macchine, proprio in mezzo, né sulla riva né all’inizio della spiaggia, lì dove… a volte stritola, a volte no.
La fisica degli spazi aperti è corpo e battiti, vesciche al sole5, un sole che sta più in basso di un aquilone che sta più in alto del sole, e certo non si brucia ma neanche si può vedere anche avendo gli occhiali da sole, perché la fisica degli spazi aperti lo consente, una cosa e l’altra, o lo impone?
La fisica degli spazi aperti ti consente, o ti impone? di stare fuori, o di non poter stare? dallanella fondamentale categoria concettuale della dimensionalità del dipende ma ti fa stare dentro, o ti impone? la dimensione del contemporaneamente. 

Zoe aprì la mail che si era mandata dal telefono di Gordon, e rilesse, con nuova attenzione, e diverso sguardo la, poesia? che aveva letto, e copiato per mandarsela, nelle note.

Niente di nuovo La simulazione del tempo Una finzione? Un salvagoccia?
Zoe pensò a tutte le volte che i salvagoccia sono stati una finzione, ma anche un accessorio, gli accessori sono finzione? A cosa permettono di accedere? E che minacce ricevono le gocce?

Gordon all’improvviso era sicuro che la simulazione del tempo fosse un corollario dell’esercizio della memoria, un altro esercizio infame, diverso però, e perso nella sicumera della ragione, Eh…
La fisica degli spazi aperti ha l’Eh primario, perché l’irremeabilità è principe, e principessa, contemporaneamente.

Vibrò il telefono, «Mattia non viene andiamo con la tua macchina?» 
«Sì», rispose Gordon… «Zoe?»
«Ancora non si sa», chiosò Gordon, nell’esercizio della finzione del futuro, pensando a Zoe ferma in una rotonda del tempo, mentre lui era sempre in quello spazio in mezzo, tra la riva e…
Poi, subito poi, telefonò per dire che non sarebbe andato, scusandosi per, inventando chissà quale scusa. Tornato a casa, si mise a dipingere, e aspettò. Continuò a… 

Ora, è evidente che Gordon è uno un po’ così, così come? chiederebbe qualcunoqualcuna.
Gordon non è alto, ha perso i capelli alla biennale di architettura di un certo anno, guardandosi allo specchio. Nonostante questo non rifugge gli specchi, anzi. Anzi, a volte induge, negli.
Gordon a volte induge, ma il suo Mac lo segna rosso, esiste la parola?
Verificato, non esiste, per la mancanza di una elle, e sappiamo che le elle sono importanti.
Quindi non induge, ma indulge, se avessi scritto che invece indugia? ma Gordon non indugia, mai, tranne quando è il bambino che camminava avanti e indietro… e non indugia no! PARA PA PA PA PA PAPPARA PA PA6, ma più alto più alto più alto il volume.

Frugando nella tasca della giacca blé usata al vernissage, trovò tre ovetti, e foglie che il vento aveva in qualche modo infilato lì. Gli ovetti li ho presi io, non fidandomi del vento. 

«Ciao Maurizio, sono Ludovica, posso disturbarti un momento? Volevo parlarti de…».
«Scusami Ludovica, sono alla cassa del supermercato, posso richiamarti tra cinquedieci minuti?»
«Certo, a dopo…»
«A dopo…»
«Eccomi Ludovica…»
«Ciao Maurizio, volevo parlarti un attimo per la trasmissione. La redazione ha dato l’okay, puoi andare in onda da settembre, se confermi partiamo…»
«Meraviglioso, grazie Ludovica, ci troviamo per gli ultimi dettagli?»
«Certo, venerdì sera? Verso le 19:30? In radio?»
«Sì. Perfetto. A venerdì, 19.30!»

Maurizio al Mac, scrive una bozza di scaletta per il programma.
Nella prima puntata pensa di partire senza presentarsi, leggendo quel suo testo del sesapessidisegnaredisegnereimasiccomenon… e appena finisce di leggere mandare Forever changed di Reed e Cale E poi? E serve una sigla? Per forza! Per forza? E un titolo! Un titolo? Che titolo? e la sigla? (dialoghi da La la land sul jazz, nella prima ora, quando lui spiega il jazz a lei… e quando l’altro dice a lui che non si può stare fermi se no non ci sarebbe stato mai niente e mai sarebbero esistiti Coltrane Monk etcetera)… abbinare subito qui la prima pagina di Amis7, e far partire Round Midnight, versione Monk o Davis? e dopo potrei leggere questo, sì leggo questo, scritto la settimana scorsa, e per la prima volta ho scritto una cosa senza aver prima immaginato il titolo. Ah… ma qui come lo impagino?

… una volta siamo saliti su un albero, insieme, poi ne siamo scesi, dopo aver giocato a basket con i mandarini. Tu non puoi ricordartene perché c’eri. E ora ci sei di più. Quanti punti abbiamo fatto?
Il vaso va bene, dicesti, e la terra deve essere asciutta, così non peccheremo di noncuranza, mangiando melograno con e senza pane.
L’istante largo è questo, ci infiliamo volando tra nuvole e rondini, naturalmente capriolando, che ci si diverte di più, sempre, e tanto, ma a volte ci si fa male.

Peccato di noncuranza, e di arroganza, senza eleganza alcuna, perché poi.
Per la paura del buio? Che poi basta tenere la luce accesa, la corrente non manca mai qui, non come in Sardegna da bambino, che lì spesso mancava, la corrente. E a volte ci metteva tanto a tornare, la corrente, o mamma?

Sulla porta è apparso questo cartello: Chiuso per dispiacere 

Non c’è scritto dal al…
Neanche chiamare il per…
I passanti si chiedevano curiosi 
Uno più curioso suonò comunque 
Sì, rispose il negoziante
Che dispiacere la fa chiudere, chiese il passante più curioso
Lasci il curriculum nella cassetta della posta, rispose il negoziante, e non si dimentichi più i punti interrogativi quando necessari 
Infilato il curriculum come da indicazioni si allontanò fiero di non avere avuto necessità di punti interrogativi

Chiuso per coazione a ripetere: Trovarono la porta del negozio con questo cartello

Un altro, sempre curioso evidentemente, suonò comunque 
Cosa significa la coazione a ripetere? 
Chiese il Un altro sempre curioso evidentemente 
Grazie del punto interrogativo, rispose il negoziante, lei è assunto.
Cosa devo fare? chiese il Un altro, abile a usare i punti interrogativi.
Tenermi la mano, ogni tanto stringerla, abbracci, a volte lievi a volte forti, magari un bacio o due ogni tanto.

Chiuso per mendicanza, che se avesse una enne in meno potrebbe curare, suturare le ferite, e i tagli, ma non ha una enne in meno… il negoziante ha diversi cappelli, tutti al contrario, in attesa di una monetina d’affetto, ne vuole sempre di più, e prosciuga i borsellini svuotandoli dei denari, e allontana i cuori, inventa fiori che non esistono in natura, ma quando si guarda cosa c’è dentro chi guarda trova solo picche, e il negoziante non sa più giocare a carte.

Un rigattiere sulla Senna, espone i suoi rigatti, Edoardo si ferma incuriosito, si impolvera le dita spulciando sul banco, trova un libro di fotografie che lo incuriosisce, in copertina ha tre cappelli, e si intitola Chiuso per…
Un libro strano, 999 anni prima si sarebbe potuto definire balordo, ed è una raccolta di cartelli su un negozio.
Chiuso per… e per… e per… e…
Edoardo lo compra, pochi soldi, non costa granché, nel bar dell’albergo lo sfoglia, aspettando sua madre che in camera si prepara per la cena, si starà certamente chiedendo dove è la spazzola, per i suoi capelli meravigliosi.

Chiuso per… 

Mentre sfoglia dal libro cade un post-it, lo raccoglie, c’è scritto Mi dispiace.
L’ultima foto evidenzia un cartello con scritto Chiuso per ripetitività.

Edoardo pensò che doveva essere stato un bel negozio, certamente strano, 999 anni fa lo si sarebbe potuto definire balordo, non riusciva ancora a immaginare cosa vendesse, il negozio, 999 anni fa, però immaginava ci fossero bellezze, oltre che dispiacere. 
Si infilò il post-it nel portafoglio, mentre la madre, con i suoi capelli bellissimi, lo raggiungeva, finalmente festeggiamo…

E qui che musica faccio partire, quasi quasi Henry Salvador, sì, Jardin d’hiver, o, Boum di Trenet, 
È novembre, Maurizio si chiede se richiamare Ludovica.

Gordon pensò all’improvviso che se dovesse morire stanotte, vorrebbe essere sepolto
con le sue scarpe preferite giallo vernice8, e espresse a Maurizio il desiderio di raccontarlo nella prima puntata del suo programma alla radio, e Maurizio decise di raccontarla così:
In realtà erano nere, le sue scarpe di vernice. 
TemperaDura. Si scioglie al sole. La linea va avanti. Dove punta?
Incapace di spegnersi. Comandi automatici saltati
Nessuno aveva mai guidato un’astronave a propulsione d’improbabilità9
Schiacciare tasti a caso, tirare leve accccazzzzzo, innaffiare i fiori, salire sulle scale, stendersi su un prato profumatobagnato, bussare al pavimento, pugno sotto il mento, bisogna trovare la scatola nera, o fare testamento, o scrivere una lettera, odireofareobaciare.

La scatola nera fu ritrovata dopo totanni, riemersa dopo una mareggiata lacustre, la trovarono una bambina vecchia e un vecchio bambino, giocavano a vespa cieca, ciechi entrambi, e così cercando di acchiapparsi si scontrarono cadendo rotolosamente verso la riva.
Cosa fare di questa scatola nera, si chiesero all’unisono senza parlare. 
Aprirla? Portarla dal Mago MaundaLindau? Ributtarla nel mare lacustre perché non si sa mai?
Non si poteva ributtare nel mare lacustre, questo ha tra le sue caratteristiche quello di non poter riaccogliere ciò che ha fatto emergere, come dice la Ciclopedia della TemperaPura, a pagina 57 si legge proprio così: il mare lacustre ha tra le sue caratteristiche quello di non poter riaccogliere ciò che ha fatto emergere. «Ah…» dissero all’unisono senza parlare. «Allora non resta che aprirla», dissero all’unisono a VoceAltra.

E il resto si potrà sentire nel podcast10, Perché Maurizio a febbraio ha chiamato Ludovica.
E qui sì, dopo questa ultima lettura faccio partire Nick Cave, Higgs Boson Blues, ad altissimissimo volume: Can you feel my heartbeat? E poi… dopo già dettene tante, finire con Joni Mitchell, Why do fools fall in love. Esemplificativo, e paradigmatico!

E, proprio mentre è la fine Gordon capisce, dopo mesi e mesi, quello che si chiedeva pagine fa: Perché Zoe? Sì, il nome mi piace, ma perché la sto chiamando così?
Nel limite di 25.000caratterispaziinclusi, la spiegazione riemerge dalle ultime pagine de La gang del pensiero, di Tibor Fisher, e in questa frase: Quando mi apriranno il cuore ci troveranno una perfetta miniatura di Zoe.

  1. Pedro Paramo, Rulfo, pg.6, 1955, Einaudi 2022. ↩︎
  2. «Feed animals in the zoo – Then later, a movie too – And then home – Oh, it’s such a perfect day – I’m glad I spent it with you», 
    Perfect day, Lou Reed, 24 novembre 1972, lato B di “Walk on a wild side”. ↩︎
  3. Dicosaparliamoquandoparliamod’amore, Maurizio Salis, eliminatore di spazi tra le parole di Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, “Principianti”, Einaudi, 2009. ↩︎
  4. Dialogo da Lo zoo di Venere, Peter Greenaway, 1985. ↩︎
  5. Blister in the sun, Violent femmes, 1983. ↩︎
  6. Promise, Violent Femmes, 1983. ↩︎
  7. L’informazione, Martin Amis, Einaudi, 1996. ↩︎
  8. «And if I die tonight, bury me in my favorite yellow patent leather shoes», Nick Cave, Higgs Boson Blues, dall’album “Push The Sky Away” del 2013. ↩︎
  9. Guida galattica per autostoppisti, Douglas Adams, Mondadori, 2000. ↩︎
  10. https://www.sherwood.it/articolo/10213/come-funziona-la-musica-racconti-con-colonna-sonora ↩︎

editing di Tommaso Z. Contò.

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