Il passaggio obbligato

un racconto di Emanuele Di Carlo,
foto di Nicola Signoretti.

«Anna, ecco… come dirtelo, la questione è delicata. Non si tratta di quello che potrebbe succedere o di quello che faremo in modo che non accada, no, non si tratta di questo. Si tratta della verità Anna e la verità è che tua madre sta morendo e tu non puoi fare nulla per fermare questo finale. Perché noi innanzitutto non possiamo nulla, perché a volte il corpo soffre più di quanto vale la pena vivere e allora… la vita finisce… mi dispiace, è l’unica cosa che ha senso dirti». Così le aveva parlato Michele, primario del reparto di cardiologia presso il Policlinico di Roma. Si conoscevano dai tempi dell’università, così per caso, in un sottoscala tra mozziconi di canne oppure a qualche tavolino, nel cuore sacro di San Lorenzo. Ma Anna in quel quartiere non ci andava da una vita e non lo pensava più, non creava spazi nella sua mente adulta. La tappa però adesso era obbligata, da San Giovanni fino al Policlinico, lì avevano trasferito la madre. Due infarti nel giro di sei ore.

Avevano salvato la vecchia più per uno scherzo del destino che per un’effettiva guarigione.  

«Prima quando crepavi non lo sapevi con tre mesi di anticipo…» questa frase Anna se la ripeteva dalla sera prima, dal quarto gin tonic di una serata triste. Un terrazzo e il disprezzo dell’altro. Dall’alto dei suoi trentacinque anni e la sua professione di sceneggiatrice, Anna soleva sorseggiare (certa gente sorseggia sempre, non beve mai) e lasciarsi andare in lunghi pensieri profondi, baci sul collo, a volte una pippata in compagnia. Lei che aveva fatto il Centro sperimentale di cinematografia, che era stata toccata e plasmata dalle mani d’oro della scrittura per il cinema: un’arte così profondamente capitalizzabile. E questo era diventata Anna: una donna, un’artista, così estremamente capitalizzabile. E adesso? E adesso la riscoperta della vita, ma solo dopo la minaccia della morte. Come se la primavera non avesse senso senza l’inverno. Nel giro di poco la madre era diventata vecchia, in pochissimo si era ammalata. Strano come esistano personaggi di serie che ci mettono otto stagioni a cambiare, ad accorgersi, ad andare oltre e poi ci siamo noi, che nel giro di ieri, oggi, domani ci ritroviamo in faccia la realtà dei fatti: sempre autentica ma imbellettata di codici e codicilli. Anna si era barcamenata in quella latrina di convenzioni: informa un fratello che se ne fotte e che ha perso la consistenza della memoria; cerca l’ospedale migliore, col medico migliore (Michele), nella città peggiore (il Policlinico a due passi dal Verano, ma che macabro giochetto urbanistico). Si era presa anche dei giorni in più, scriveva di meno, era riuscita ad interrompere il duro lavoro fatto per Rai Fiction sulla vita di San Francesco d’Assisi (l’ennesima). Ma in ospedale c’era stata solo due volte: la vecchia era sempre incosciente. Anna, allora, passava le giornate a fumare sigarette, annotare frasi su un taccuino rosso, bersi qualcosa la sera, sempre più sul tardi: un eterno crescendo di occhiaie e strane soddisfazioni.

E arriviamo a oggi. Anna è arrivata al policlinico alle undici meno un quarto. È stata in macchina ferma per dieci minuti: fissava le mani, fissava il volante, fissava le mani, fissava il volante. Poi il discorso di Michele e la madre anziana che restava immobile su un letto d’ospedale. “Respira piano ma respira” scriveva Ammaniti in un suo racconto, Anna se lo ricorda bene e l’aveva riletto l’altro giorno. Lo voleva rileggere anche alla vecchia ma poi aveva realizzato: lei non mi sente, lei è già morta. «Non è così» le aveva risposto Michele, ma la biologia e la medicina si devono inchinare di fronte al cinismo di Anna. E adesso che guarda la madre andarsene, piano, pianissimo, non riesce a provare dolore. La guarda appoggiata allo stipite di una porta: a volte spalanca la bocca, a metà tra uno sbadiglio e un’espressione sorpresa. Anna ha trentacinque anni e per la prima volta si rende conto di quanto possa essere lunga la vita. Dopo essere fuggita dalla stanza, la donna vorrebbe scordarsi di come sono fatte le persone. Osserva i malati giacenti su letti e barelle, i medici che si sacrificano, gli infermieri sottopagati: un paese in rianimazione continua, che vive di boccheggiate di ossigeno.

Anna scende le scale un gradino per volta.

Come un piccolo topo di campagna corre su una pianura immensa, troppo grande è la vita, troppa luce c’è nel mattino. Allora il topo si ferma e con l’occhio vitreo e nero osserva i fili d’erba altissimi che si muovono a spasso col vento: sono una moltitudine e solo allora il piccolo roditore prova il senso del mare. Resta immerso nella brina e si lascia prendere dalla paura e dalla meraviglia. Così si può riassumere Anna che scende dal secondo al primo piano, quarto padiglione, ospedale Policlinico di Roma. La profondità della morte e la frustrazione di non aver provato a capire la madre stanno per assalire la nostra protagonista, sta per diventare un tutt’uno con la sua depressione mattutina, la sua dipendenza, la sua paura di entrare nelle vite degli altri o più banalmente di vivere la propria. Tutto ciò trova nelle sirene una straordinaria interruzione: prima una, poi due, poi un cumulo di litanie sovrasta l’udito, il cervello, la memoria a breve termine della donna. E qui Anna si ferma, e pensa.

La Twingo bianca della sceneggiatrice ora procede a rilento tra le vie della capitale. Da quando è uscita dall’ospedale il canto delle sirene non si è mai interrotto. Sono sirene sfollagente, non roba da Croce Rossa né da incendio di una palazzina a Spinaceto. Sono sirene di guardie, finanza, carabinieri o polizia: Anna chiude gli occhi e vola via. Ed è quello che fa, ferma a un semaforo rosso in piena Tangenziale. Ci aveva messo un’ora per arrivare a Porta Maggiore, per farsi dire da una vigile urbana che da lì non si passa, e neanche da lì… e no, no lì neppure. Anna era tornata indietro, aveva scelto di prendere il Raccordo dalla Tangenziale Est: mai fatta scelta più sbagliata. Le sirene crescevano, il blu autoritario colorava le facce di automobilisti stanchi, delusi, arrabbiati. Arrabbiati con chi? Con chi passa col rosso? O con chi ti costringe a lavorare ogni giorno? Con chi promette licenziamenti se ti vede anche per sbaglio a una manifestazione, se ti vede a uno sciopero generale? Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni dei nostri padroni e questo lo sanno quasi tutte le facce stanche bloccate sulla Tangenziale Est e lo sa anche chi, in questo momento, sfila davanti a loro. Anche davanti al volto consunto e stinto della buona Anna: migliaia di persone, che magari non fanno un fiume ma sicuramente fanno un corteo. Che blocca la tangenziale e che fa arretrare le guardie. Che si inchina e poi ripiega di fronte al genocidio palestinese. O che resta negli ideali e si perde sempre nei fatti, perché forse una politica basata solo sui fatti non lascerà mai spazio al dialogo.

Ma Anna osserva estasiata il flusso e adesso restiamo un po’ nella sua Twingo bianca.

«Siate sempre in grado di amare con un velo di tristezza perché non c’è gioia più grande nel ricordare quello che ci manca». Anna aveva lottato per fare dire quella frase al suo Francesco d’Assisi, costi quel che costi. Ma erano preoccupazioni inutili, la censura Rai non avrebbe capito il significato di quel concetto. Mentre la lunga marcia sfila di fronte a lei, la donna ripensa proprio a quelle parole, alle sue parole, intanto li osserva dal finestrino abbassato. Il corteo cammina e sorride agli automobilisti che si incantano di una luce non propria. La collettività è un concetto strano da vivere tutto assieme, allora Anna si accende una sigaretta e fa l’unica cosa che vale la pena fare in quel momento: aspettare, che poi è il momento migliore per provare a capire. È un corteo in festa, nonostante la rabbia evidente dai cori, dal passo e dagli sguardi; è surreale come la gioia prenda il posto del dolore. Anche lì, in quella piazza, la contraddizione è la compresenza di morte e vita: il quotidiano di Anna, ma anche di tutte le persone. Allora come si può sorridere quando si parla dell’assassinio di oltre ventimila bambini nella striscia di Gaza, di quasi duecentocinquanta giornalisti massacrati nella striscia di Gaza, il settanta percento degli edifici non più agibili a Gaza, i campi coltivabili (più dell’ottanta percento) resi sterili dai bombardamenti israelo-occidentali, la morte per fame nella striscia di Gaza, gli attacchi ai sanitari nella striscia di Gaza, le torture agli ostaggi palestinesi nelle carceri israeliane? Nessuno sorride, eppure si continua a vivere. Ma nel continuare a vivere, i manifestanti hanno scelto di interrompere una quotidianità che ha un odore ben preciso: Anna si ricorda quando in macchina, durante un viaggio percorso tra le Langhe nel cuneese, si ritrovò a due passi da una fabbrica di gelatine. L’odore della morte, quell’aroma da cimitero del Verano, non aveva nulla a che fare con quello che usciva dai fumi di scarico della fabbrica. Adesso in macchina lo risente e la cosa che fa più impressione è che quell’odore è in grado di salirti addosso, passare dai vestiti alle membra. L’odore del massacro. Chi non ha fatto nulla di fronte a questo, chi ha continuato a vivere indisturbato, chi non si è affacciato dalla finestra per prendere una boccata d’umanità sì, è complice morale di un genocidio in corso. Anna fino a quel giorno era semplicemente rimasta bloccata sul suo divano, oppure di fronte alla TV della stanza di ospedale: non una mossa se non il pensiero di essere lì. E intanto la madre moriva accanto a lei, ma la morte non è democratica Cristo santo, non è la stessa cosa morire a ottant’anni su un letto di un grande ospedale oppure morire a tredici anni perché un soldato dell’IDF ti spara mentre giochi a pallone. Anna capisce una cosa, mentre in lontananza si inizia a scorgere la coda dei duecentomila: la vita ci costringe ad andare di pari passo rispetto alla morte, ma non c’è vita se non c’è dignità nel morire. Si accende un’altra sigaretta, l’ultima, lancia il pacchetto sul cruscotto, appollaiato tra polvere e altri astucci in cartone. Forse anche aspettare è una forma di protesta, in mezzo al traffico di una giornata di fine settembre. Guardare con dolcezza quei ventenni che sfilano di fronte a lei, l’inutilità del passeggio in un mondo che si basa sulla centralità dell’utile può essere una via rivoluzionaria.

Stare fermi, fumare e pensare un attimo alla propria vita è la rivoluzione di Anna. 

Un elemento magico dei cortei, soprattutto quando attraversi non luoghi convenzionali, come una Tangenziale, una piazza vissuta o un ministero in cartongesso, è guardare la città che ti circonda da dentro la moltitudine. Tutto sembra acquistare una consistenza diversa dalle finestre dei palazzi, il guardrail, le macchine che aspettano in coda il passaggio del corteo. Sembra tutto obliquo, una prospettiva strana che risente del passaggio di migliaia di persone e fa notare di impatto una cosa: lo spazio cambia in base alle persone che lo attraversano. Questa dovrebbe essere una regola urbanistica centrale nella costruzione delle grandi e piccole città. Uno spazio non umano, che non si lascia attraversare ma diventa solo passaggio obbligato, diventa uno spazio morto perché complice del gioco alla non vita della società capitalistica. Un corteo si impossessa di quegli spazi per ridare vita a luoghi compromessi, paesaggi naturali offuscati, comunità distrutte. Difatti una manifestazione che non si pone l’obiettivo di riconquistare quelle aree è una manifestazione che ha fallito: una stazione, un’autostrada, una fabbrica (la Leonardo SpA), ma anche un’università traviata dal lavoro capitalizzabile, sono tutti luoghi che privano lo spazio della sua vitalità costante. Le persone hanno il diritto e il dovere di ridare a quei luoghi la vita tolta; la manifestazione e l’occupazione rappresentano le due forme di resistenza del mondo occidentale, eredi delle tecniche di protesta di Ghandi ma anche delle rivolte operaie del ’69: il solito mischione che accomuna i movimenti rivoluzionari di questa parte del mondo, dalla fine del Novecento ad oggi. Ridare vita ai luoghi, permettere di vivere alle persone che li riempiono, questo è il percorso. Allora sì anche sorridere, spendere il proprio tempo a passeggiare sulla Tangenziale est, magari eseguendo una piroetta, diventa un atto rivoluzionario di fronte ai portatori di morte Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e via dicendo. Sono arrivato al punto del va bene tutto purché si faccia qualcosa, non s’è fatto nulla per troppo tempo. Il futuro, se ci sarà, ci darà la possibilità di capire quanto quei passi furono percorsi per noi o per il popolo palestinese, o quanto le due cose si intrecciano in una società realmente globalizzata perché unita nel sentire fisico ed emotivo prima ancora che nella ricerca dell’uguaglianza dei bisogni e delle soddisfazioni. Divago terribilmente, mi scordo di Anna mentre cammino tra le teste pensanti. La donna resta dentro la sua Twingo a riflettere, la nostra interruzione le ridà gli attimi. Finalmente può riprendere a percepire la vita non come un blocco unico, ma come tanti momenti. È da un’ora e mezza che aspetta il defluire delle persone, ma ha paura che finisca: “mia madre sta morendo e duecentomila persone mi passano davanti: che sensazione strana” ripete tra sé e sé la donna aprendo lo sportello. Poggia i piedi lì sopra. Un concerto di clacson incita il corteo a proseguire: non ci resta che piangere. E camminare.

Leggi anche…

Il passaggio obbligato
Domestica
Tre scene di vero amore