
un racconto di Maria José Brialdi,
foto di Marika Pitti.
All’inizio eravate solo tu e i bambini nel centro commerciale e il cane magrissimo che vi guidava. Con il muso lungo indicava le scale e quando dovevate cambiare strada si girava ad aspettarvi con le orecchie alzate. Avresti voluto dire qualcosa ma non c’era niente da dire. Stavate tutti in silenzio e lo seguivate perché non c’era niente da dire. Poi siete rimasti solo tu e il cane e lui non si voltava più e dei bambini era sparita ogni traccia. Il cane proseguiva con il naso incollato a terra e i passi veloci. Forse i bambini non c’erano mai stati o forse si erano nascosti. Adesso anche se avessi avuto qualcosa da dire il cane non ti avrebbe ascoltato.
A un certo piano tra il primo e l’ultimo si trovava una grande porta come quella degli ascensori. Il cane non aveva aspettato che lo raggiungessi ed era entrato molto prima di te. Davanti a te c’era solo uno zerbino con la scritta: “vietato entrare di cattivo umore”. Prima di schiacciare il pulsante hai controllato il tuo riflesso sul metallo opaco, ma hai smesso subito. Hai schiacciato il pulsante e la porta si è aperta subito. Non hai calpestato lo zerbino perché ti dispiaceva.
Dietro alla porta si srotolavano le pareti rosa shocking di un lungo corridoio. C’era odore di tè ai litchi in lattina a due euro e cinquanta in chinatown. Ai muri erano appese decine di specchi con le cornici dipinte d’oro: su alcune la pittura era scrostata e il legno spuntava a macchie come il morbillo.
Al centro del corridoio era sdraiato un enorme coccodrillo. Mentre gli passavi a fianco ti seguiva con le pupille nerissime immerse nel miele degli occhi. Stava immobile, il corpo schiacciato contro il pavimento freddo. Appena dopo la sua spessa coda si apriva uno stipite sulla parete. Era in legno scuro, senza pittura.
La signora seduta sul divano azzurro aveva circa settantatré anni e le unghie dipinte dello stesso colore delle tue. Portava grandi occhiali dalla montatura trasparente che si tingeva dello stesso rosa delle pareti, ma attenuato. Ti parlava dei lavoretti: annaffiare le piante, spolverare i ninnoli, lavare i piatti e i pavimenti e tenere puliti gli specchi, pulitissimi. Ti parlava come si parla agli amici di amici: in modo sparpagliato e sbrigativo, come se sperasse di essere interrotta da un fatto esterno.
Ti disse di non preoccuparti del coccodrillo. Che si sarebbe nutrito da sé.
La prima notte feci un sogno. Nel sogno un cavallo bianco moriva su un prato di erba di zucchero. C’era il coccodrillo e io gli davo le spalle. La mattina mi svegliai e allungai le gambe. Per stare sotto la coperta che avevo trovato ai piedi del letto dovevo rannicchiarmi: era corta e pungeva un poco. La sera prima avevo sentito freddo, quindi avevo dormito con le ginocchia al petto e tutte le due mani sotto la guancia sinistra. Sopra al tavolo della cucina trovai: un biglietto; quattro fette biscottate disposte in fila su un panno; un bicchiere di latte; un barattolo di miele già aperto; una mela verde con una piccola ammaccatura vicino al picciolo. Un’ottima colazione. Il biglietto recitava, in corsivo: “Tornerò tra due settimane. Stai bene”.
La prima e la seconda giornata passarono lentamente. Sapendo di non essere osservata svolgevo i miei compiti con pigrizia. Avrei rimediato dopo alle mie trascuratezze, quando l’arrivo della signora sarebbe stato imminente. Mi trascinavo questa abitudine fin da piccola e i miei genitori dicevano: non sa gestire il tempo. Ma io lo so gestire benissimo, così bene che si dilata e comprime a mio gusto. Come una molla. Avevo dunque deciso che la terza giornata sarebbe stata veloce e attesi ai miei doveri con estrema minuzia, tirando via tutti i libri dalle mensole per spolverare. Nel pomeriggio restava da pulire solo una stanza in fondo al corridoio, che nei giorni dilatati non mi ero neanche disturbata di notare. Strinsi il guanto di plastica attorno alla maniglia di ottone e la porta si aprì senza neanche un accenno di scricchiolio o lamento. La stanza odorava di umidità e ammoniaca. Le pareti qui non erano rosa. Dritto di fronte all’entrata, in alto, c’era una piccola finestra senza ante: un’apertura perfettamente quadrata. Faceva considerevolmente più freddo che nel resto della casa. Il coccodrillo giaceva appoggiato al muro con gli occhi chiusi. Sembrava dormisse. Uscii con una sensazione di nausea: improvvisamente mi sentii un’ospite e provai vergogna per la mia invadenza.
Andai a letto presto. Sognai di giocare ad acchiapparella con delle bestie coloratissime.
Dormii quasi tutto il giorno dopo, sfinita dalle corse notturne. Mi alzai solo per mangiare una patata dolce con fagiolini al forno. Avevo i capelli spettinati e decisi che li avrei lavati la mattina seguente. Tornata a letto mi riaddormentai senza sforzo. A volte penso che potrei dormire per un anno intero, ma forse mi verrebbe mal di schiena.
Il quinto giorno avevo i capelli puliti e trovai un giocattolo in salotto. Stava su un tavolino di vetro basso. Era nuovo di zecca, con la scatola e tutto il resto. Non era abbastanza vecchio da essere un cimelio d’infanzia della signora, ma non era neppure di ultima generazione. Avrebbe insomma potuto essere mio, una ventina di anni fa. Ad ogni modo, il giorno prima non c’era; ne ero certa. E non era passato nessun postino, ero certa anche di questo. Mi risolsi a lasciarlo lì e pulirci intorno: anche quello era un giorno letargico. Quella notte nei sogni nuotai in un lago verde scuro.
Le mie dita riconobbero immediatamente la sensazione dei capelli di plastica della bambola. Era un ricordo che riaffiorava senza sforzo. Mi ero alzata prima del solito; fuori era ancora buio. Come una bambina ero sgattaiolata in salotto a prendere il mio gioco ed ero tornata a letto. La schiena della bambola era appoggiata al mio ginocchio mentre, seduta a gambe incrociate sulle lenzuola sfatte, liberavo una scarpetta rosa dai gancetti di plastica della confezione. Mi tremavano le dita. Il sole iniziava ad affiorare da dietro le tendine della mia stanza: i ricami sul raso sottile disegnavano rami d’ombra contorti, che si allungavano sul volto della mia nuova amica come segni di una vecchiaia impossibile. La lasciai riposare sul comodino accanto al letto. Uscii dalla mia camera e vidi spuntare le zampe posteriori e la coda del coccodrillo dallo stipite della cucina. Le pareti di tutta la casa sembravano emanare una strana felicità. Nel pomeriggio mi venne male allo stomaco. Dopo cena sorseggiai una tisana allo zenzero e per la mia bambola ne versai una goccia in un tappino di plastica.
La mattina dopo mi svegliai tardi e mi ricordai della mia bellezza. Percorrevo e ripercorrevo il corridoio di specchi avanti e indietro, meravigliandomi ogni volta che il gioco di riflessi rivelava un angolo nuovo del mio corpo perfetto, del mio viso perfetto. Era possibile che mi fossero cresciute le ciglia in pochi giorni? I miei occhi scintillavano di una luce nuovissima. Raggiunsi il salotto in punta di piedi e mi posai sul divano leggera e graziosa come un uccellino. Trascorsi almeno un’ora giocando con i miei boccoli, tanto precisi da sembrare disegnati, e canticchiando: cercavo di ricordare vecchie filastrocche e qualche ninna nanna. Quando mi stancai di oziare scoprii di avere una fame tremenda. Disperata per non aver preparato nulla mi precipitai in cucina, dove trovai una magnifica torta di ciliegie sul ripiano di legno accanto ai fornelli e una teglia di sformato di verdure in forno. Non sentii nessuna paura. Accettai il pasto come un regalo, come avevo accettato la bambola.
Dopo pranzo mi appisolai e sognai un gruppetto di bambini seminare torte nelle intercapedini di una casa coperta di squame.
Non dovevo più preparare nulla da mangiare. Ormai ogni volta che avvertivo una piccola fame sulla tavola della cucina sbocciavano le più squisite pietanze senza che muovessi un dito. Il banchetto mi veniva servito sempre su tovaglie diverse: mangiavo fragole su sfondi rosa intessuti di perline, pane caldo su seta dorata, crostate di mirtilli su velluto blu ricamato di stelle. Piatti e stoviglie mi aspettavano a capotavola e se uscivo dalla stanza spariva tutto, non lasciandomi nulla da sistemare. Iniziai a ritagliare lembi di stoffa dalle tovaglie più belle: cucivo abiti identici per la mia bambola e per me. A me stavano meglio perché ero viva e potevo ballarci dentro. Ci ballavo dentro ed ero splendida. Mentre la sporcizia si accumulava sui soprammobili e i pavimenti, man mano che i giorni passavano, le mie uniche preoccupazioni erano danzare nei vestiti nuovi e ammirarmi. Per questo tenevo puliti solo gli specchi, pulitissimi.
Un pomeriggio presi la scacchiera dallo scaffale alto. Non sopportavo più di essere la sola a godere della mia bellezza. Trovai il coccodrillo in bagno, ritto sulle quattro zampe accanto ai piedi di leone della grande vasca. Appoggiai la scacchiera sulle piastrelline azzurre del pavimento e mi accovacciai, avvicinando il volto al suo muso per sfidarlo e spostando i capelli dietro alle orecchie perché mi vedesse bene. Sentivo un soffio caldo provenire dalle sue narici e accarezzarmi le guance. Credevo avesse accettato la sfida, ma non mosse neanche un pedone né rispose alla mia difesa francese. Mi arresi dopo un’oretta e me ne andai chiudendomi la porta alle spalle. Mi fermai davanti a uno specchio in corridoio a controllare di avere ancora tutte le lentiggini: in un sogno mi erano cadute e le avevo mangiate con il latte.
Smisi di dormire quasi del tutto, eccezion fatta per qualche pisolino che schiacciavo più per piacere estetico che per una reale esigenza.
Mi piaceva immaginarmi addormentata, soprattutto sul divano, languidamente distesa sul fianco coi capelli a sfiorare il pavimento e le lunghe dita leggermente piegate nell’abbandono del sonno. Il tempo scorreva pigrissimo e si posava sulla casa come la polvere. La mia immagine riflessa all’infinito rimbalzava tra gli specchi restituendomi mille versioni di me sdraiata, seduta, raramente in piedi. Lasciavo il corridoio solo per mangiare e per cercare il coccodrillo. Mi mancava quando non sapevo dov’era. Odiavo vederlo sparire in quella stanza fredda e orribile in cui non avevo mai più messo piede. Avevo paura che da un momento all’altro potesse iniziare a decomporsi da dentro e io non me ne sarei accorta. Avrei voluto scivolargli nello stomaco per controllare. Spesso mi crogiolavo in questa fantasia e immaginavo la sensazione del suo esofago caldo contro le mie braccia, le mie tempie, le mie gambe; poi arrivava l’ora di pranzo o di cena o di colazione. Ormai non faceva alcuna differenza.
La signora appoggiò gli occhiali sulla mensola del bagno e si sciolse la treccia d’argento che aveva iniziato a tirarle fastidiosamente la nuca. Aveva pulito tutto il giorno, ma non era stato troppo faticoso: dopotutto non avevi lavorato male, sicuramente meglio delle altre venute prima. Alcune si facevano mangiare subito. Il cane questa volta aveva fiutato bene e aspettava di essere premiato, seduto composto accanto ai piedi dell’anziana, che gli fece una carezza sulla testa. Adesso era di buonumore, rinvigorita dal bagno e sollevata di essere tornata casa: le pesava allontanarsi; sentiva una terribile nostalgia. Si sedette sul bordo della vasca massaggiandosi le gambe con la menta piperita. Alcune bolle di sapone iridescenti scivolavano sulla ceramica bianca verso lo scarico, trascinate dalla poca acqua rimasta.
Scoppiavano sempre un attimo prima di essere inghiottite. Era un vero peccato: ogni cosa bella merita di essere divorata.



