Tre scene di vero amore

un racconto di Andrea Puglisi,
foto di Marika Pitti.

«Sto impazzendo».

Elena è seduta di fronte a me, nella cucina di casa mia, in via XX Settembre. 

«Se lui non capisce che per me è inaccettabile, io non so più cosa fare». 

Nella cornice della finestra, la cupola di San Lorenzo è immersa nell’ocra della luce artificiale, e sotto, un rosa bubblegum riempie la via, emanato dall’insegna invisibile dell’Hotel Chelsea.

«Ma niente, lui nega, dice che non può farci nulla, che è una sua responsabilità. Ma è tutta una questione di cultura, non c’entrano nulla i sentimenti. È proprio su questo che deve lavorare».

Elena sta con Abdou, un uomo senegalese che ha conosciuto nella sartoria dove lavora. Da quattro anni sta con lui, e quasi subito si sono sposati con un rito musulmano. Abdou ha un’altra moglie, in Senegal, e un figlio ormai grande.

«Ma io tanto lo so, lo so che non vuole stare con lei, che quello che c’è fra di noi è un altro mondo per lui. Solo, non so quanto reggo ancora così, ecco». Mi guarda per un attimo, e prova a sorridere.

Il mese scorso Elena è stata in Senegal con Abdou, con la famiglia di lui, i tanti nipoti e zii e donne anziane con i lineamenti profondi che le prendevano spesso le mani e dicevano “Devi avere pazienza, figlia mia. Pazienza”. A loro, la prima moglie di Abdou non è mai piaciuta, perché viene da una famiglia troppo diversa.

«È cultura, va bene, ma allora la mia, di cultura? Un’europea non può sopportare una cosa simile, cioè io in quei giorni stavo malissimo, appena se ne andava da quell’altra, e gliel’ho detto subito gli ho detto: tu non mi tocchi finché siamo qua».

Ultimamente glielo dico, che è dimagrita troppo. Dieci anni fa, all’ingresso di Orientalistica, ci siamo conosciuti perché il mio amico Juan faceva il marpione e lei gli rispondeva con il piglio glaciale che le prende ogni tanto. Aveva il bindi in mezzo alla fronte, tanto argento al collo e alle orecchie, ed era bellissima. Per tanti anni, dopo, ho pensato fosse la ragazza più bella che ho mai incontrato, e anche adesso, così sfibrata dalla rabbia, dall’incertezza e dal senso di sconfitta in agguato, è bella, con gli occhi tanto grandi e i lineamenti del viso che sembrano un disegno.

«Tanto l’universo ti dà quello di cui hai bisogno per evolvere, di là non scappi. Forse sono io che devo accettare la sua cultura, forse è lui che deve imparare a chiudere con il passato. Chi lo sa?»

All’epoca, stava con un ragazzo senegalese, gentilissimo e rastafariano, una relazione storica che lei raccontava con un lessico spesso religioso. Poi ha voluto che finisse, ed è stata con altri, sempre senegalesi, e quando ne parla alle volte fa una smorfia maliziosa e dice “Oh, a me piace il nero, che devo farci?”, e davvero non so se lo dice perché si trova buffa o perché cede al giudizio del mondo.

«Non ho mai provato una cosa simile, è assurdo. Stiamo troppo bene, quando stiamo bene. Rinunciare mi sembra una follia».

La guardo, e solo per un attimo cedo al senso comune che chiama “follia” l’esatto contrario. Subito dopo vedo come sta ritta sulla sedia, aperta verso di me e senza più il bindi in fronte, con gli occhi grandi pieni di determinazione, attraversata tutta da un sentore pungente di necessità. È qui che si gioca tutto, dice con ogni fibra del corpo che ha ricevuto in questa vita. Vuole sfruttarlo al meglio, questo corpo passeggero, non si cura dei veli della psicologia che la chiamano ossessiva e ansiosa e tante altre cose che non c’entrano nulla con quello che è venuta a fare qui, su questa terra, nella mia cucina, ritta sulla sedia.

È notte, Nelson è seduto sul divano contro la finestra, esausto e senza più lacrime. San Lorenzo gli sta in testa come un copricapo. Un re Inca caduto in disgrazia.

«Sono un coglione», dice ancora, poi infila le mani giunte fra le cosce, si stringe nelle spalle. Vuole abbracciarsi tutto.

Nelson sta con Monica da otto anni ormai. Lei vive in Toscana, e lui non ha mai voluto chiederle di venire a stare a Torino.

«Le ho fatte soffrire».

Per sette anni, Nelson ha tradito Monica, prima quasi come incidente, nelle notti piene di alcol con la voglia di vivere che lo bruciava da dentro, poi in modo sistematico e volontario, cedendo sempre di più a siti d’incontri, locali per scambisti e mariti che volevano solo guardare. Una volta era in macchina di sconosciuti, in un parcheggio vuoto, il marito ha sentito un rumore, fuori, e ha preso la pistola dal cruscotto. Lui se n’è andato. Qualche giorno dopo, era di nuovo su internet.

«Ho giocato coi loro sentimenti. Sono un codardo».

Qualche mese fa, alla fine, si è innamorato di Odette. All’inizio ne era affascinato, perché lei lavorava nello spettacolo e viveva la Bohème, mentre lui lavora in fabbrica da quando ha diciott’anni e non ha mai avuto tempo di cercare se stesso. A un certo punto, non poteva più fare a meno di lei. E lei di lui.

«Ho giocato, tutto il tempo, e quando lei mi ha detto “scegli, o me o lei”, io le ho pure risposto “aspettami”. Capisci?»

Non l’ho mai visto così. L’ho conosciuto quasi dieci anni fa, in palestra. Facevamo kung fu, ragazzini fanatici di un ideale che si picchiavano sugli avambracci per indurire le ossa e guardavano vecchi film di Jackie Chan. Per anni, in quella palestra, abbiamo sudato, ci siamo sentiti sbagliati e ci siamo puniti per questo, per questo e per chissà quante altre cose.

«Quante me ne ha dette, per telefono, l’ultima volta. Bastardo, bastardooo!», fa la faccia di chi grida, ma quando la imita sussurra come per svegliare un bambino. Poi sorride, con un’altra faccia, quella faccia che ho sempre trovato “da schiaffi”. Sembra essersi scordato tutto.

«Ma no, no… io scelgo Monica». Lo dice all’improvviso, e non lo fa ma è come se si alzasse in piedi, nella voce una corda dura che non gli ho mai sentito. Non vaga, non di traverso. Inequivocabile, si direbbe.

«Le ho già scritto che dobbiamo parlare. Le dirò tutto, e se poi mi vorrà ancora bene».

Non lo farà.

Il weekend dopo quella notte, lei verrà a Torino per lui, e lui rimarrà zitto e triste per due lunghi giorni. Lei farà finta di trovarlo un po’ giù di morale.

Quando tornerà a trovarmi, io cercherò di non far vedere che me l’aspettavo, e lui ripeterà i suoi propositi davanti a una birra artigianale dal nome mai sentito. Quella stessa sera, mi parlerà anche di suo padre, di come lo vedeva per strada in Perù e altri gli dicevano “quello è tuo padre”. Quella sera, mi chiederà di dargli il numero del mio psicologo, anche.

Per ora è qui davanti a me, e io non l’ho mai visto trafitto da qualcosa, come se non potesse morire, e invece ora si morde la mano, si dà ancora del coglione e, lentamente, si lascia trafiggere. 

«L’altro giorno sono passato da Mario per un caffè, e c’era questo tipo, uno dei muratori che lavorano lì di fronte in via Milano», Giorgio guarda il suo ricordo in tralice e sorride, furbo. «Ma un bono!»

Giorgio è il mio vicino di casa, qui in via XX Settembre, o meglio io sono il suo. Abita qui da quasi cinquant’anni. Conosce tutti, fa volontariato in Caritas e, da noi, tutti lo chiamano “l’amministratore”.

«Lui ha capito subito, abbiamo parlato un po’ e prima di risalire sul camion mi fa: “Mi devi dire qualcos’altro?”, e io gliel’ho detto, gli ho detto sei tanto bono. Oh, che dovevo fare scusa?»

Siamo dei buoni vicini l’uno per l’altro, ci diamo consigli su dove comprare cosa, ci invitiamo a bere caffè o birra nei momenti morti. Questo è uno di quei momenti, con la luce del pomeriggio che già filtra da ovest e San Lorenzo immersa nell’azzurro limpido pieno di cornacchie. 

«A me è sempre piaciuto l’uomo forte. L’ho capito già da ragazzo, quando uscivo con una mia compagna di classe, Antonella, ma intanto pensavo a un altro». 

Di fronte a lui abita Cecco, un signore imponente e pacato, che da qualche anno combatte con una malattia del midollo e fa avanti e indietro dalle Molinette. Si conoscono da sempre, e quasi da sempre sono dirimpettai, tanto che condividono il cestino dell’umido e i pasti di ogni giorno. Giorgio se ne prende cura, lo aiuta con le faccende e la spesa, lo accompagna in ospedale e prova, senza riuscirci, a farlo uscire di casa.

«Così a un certo punto gliel’ho detto, a lei».

La prima volta che sono andato a cena da loro, mi hanno raccontato dei loro momenti da ragazzi, con gli amici nella casa in montagna della famiglia di Cecco. Poi Cecco ha parlato a lungo della madre, con il tono insofferente di chi è troppo tempo che aspetta dal medico, e mentre parlava ho visto la pazienza di Giorgio che lo lasciava sfogarsi, e che di certo aveva già sentito quella storia chissà quante volte.

«Le ho detto che pensavo a un altro, ma tanto lei aveva già capito, perché lo conosceva, gliel’avevo presentato come amico e lei aveva capito».

Negli ultimi giorni, incontro Giorgio sul pianerottolo del nostro piano, affacciato a fumare sul balconcino comune. Lo incontro spesso lì, ma in questi giorni è sempre in tuta, e quando lo incrocio quasi non mi sorride. È un periodo difficile, per lui, perché la cura di Cecco va bene ma Cecco è sempre stanco, giù di morale, e non vuole vedere mai nessuno.

«Con lui siamo stati insieme tanti anni. Poi non ha più voluto il sesso, e allora io quella cosa lì la cerco altrove. Ma non voglio un’altra relazione, proprio non mi va».

Mentre verso l’ultima birra nei bicchieri, Giorgio sembra più sereno, sereno davvero senza mezzi termini. Un bimbo. Mi guarda, fa un grande sorriso e allarga le braccia.

«A me va bene così».

Non ho frasi per rispondere a quella serenità, così allungo il bicchiere al centro, e lui lo incontra col suo in un brindisi muto. In quel momento, le campane di San Lorenzo suonano tre rintocchi.

«Sì, però i nomi cambiali».

«L’ho già fatto». [Le dico quali ho scelto, specifico che quello di lui ha la grafia francese]. 

[Lei li valuta in silenzio per un attimo, mentre sorseggia il caffè touba]. «Bene».


Lui: Dopo ti ascolto [A capo] Comunque penso spesso alla frase: il re inca caduto in disgrazia.

Io: Caduto ma pronto a rialzarsi e riconquistare il regno [emoji del sole].

2 ore dopo

Lui: Minchia fratello, io ti direi di non pubblicare nulla su questo fatto sai [A capo] Ti dispiace?

Io: Sì [Chiamata vocale] [Chiamata vocale] E proverò a convincerti del contrario [A capo] Ma se non vorrai ovviamente non lo farò [emoji che sorride] [A capo] Sorry per le chiamate, il mio cell è stronzo [emoji della foca]


Io [dopo averne parlato a voce]: We *****! Scegli un nome fittizio per il racconto [A capo] Anzi due

Lui: Ok [A capo] ******* = Giorgio [A capo, stesso invio] ***** = Francesco o Giovanni

Io: Eri prontissimo per questo esercizio [emoji che piange dal ridere (x2)] [A capo] Perfetto

Lui [risposta]: Da giovane, quando conoscevo qualcuno e mi chiedevano il nome, ero prontissimo a dire Giorgio.

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