
un racconto di Mirko Mondillo,
foto di Marika Pitti.
L’ora strana in cui Mariò si era levato aveva irritato la moglie. Cercava una muta. Il suo ostricaro gliela aveva regalata come gesto di amicizia. Ma era un’esagerazione, non poteva servirgli: non esisteva più quel mare così freddo da richiederne l’uso. Nel tempo antico la razza discesa dai greci saggiava un suo certo valore come parte di un rito da officiare. Calavano nudi nelle acque notturne sapendo di fare cose che avrebbero compiaciuto tantissimo il dio. Riusciva a colui che maggiormente ne abitava le grazie, solo a lui, di trovare una moneta, un lavoro di corallo, il lascito di una morte. La legge della fratria imponeva che per conservarne il favore la ricchezza scoperta venisse presa con la bocca e così trattenuta, come un pesce dalla sterna, fatta riemergere; avrebbe ingrossato il tesoro comune. Il primo respiro passava tra i denti serrati, al modo delle foche. Era il disonore massimo quando, risalendo con i glutei, i dorsali, le braccia ai fianchi, il collo dritto, il prezioso ritornava al fondo. Dalla sua rovina nasceva la maledizione. La disperazione era quella del pastore che vede le capre scivolare lungo i botri e schiantarsi — gli addomi laceri, le corna negli occhi, gli agnelli spezzati. La ricerca in casa, alla fine, fatta in silenzio, non portò a nulla. Mariò farà diversamente. Era l’alba quando insieme ad Ammèd ungeva l’acqua con la miscela del motorino. A sinistra l’oceano era viola per i soli che sorgevano, non era ancora percorso dalle furie. A destra il corpo lungalto del Pretone di Fuori umiliava la barca.
«Vai Mariò, cosaniente: omare sta buòno, face solo un poco malaghìa».
Mariò faticava a stare in equilibrio e aggrottava e sgrottava la fronte cercando coi piedi la miglior aderenza. Ammèd mal interpretò la sua espressione.
«Face come criatura, sembra che è grande, ma è piccolo».
Mariò prese dalla borsa delle vaschette di stagnola un po’ ammaccate, mezzo scoperchiate. «Sì, sì, come criatura», rispose, mentre ritornava eretto dopo essere stato piegato su sé stesso. Aveva svuotato da solo la prima vaschetta, si era ricoperto il petto e le spalle, ma non arrivava alla schiena. Prima di passare alle gambe, ai glutei e ai reni voleva essere sicuro di non doversi sedere, rischiando così di scivolare in mare anzitempo. Chiese al compagno di ungergli la groppa ossuta, ma Ammèd rifiutò: il dio della madre era cosa viva, giudicava le azioni e puniva; gli avrebbe negato una memoria felice presso i vivi e la vita nuova nei paradisi eccelsi, in mezzo alle urì, senza corruzione della carne e mai vecchio.
«NO/NO/NO/COSCIÒN!».
«No, Ammè, no cosce. Schiena schiena».
«NO/NO/NO/NGE-STA-COSCIÒN-LLÀ-DRINTO: io non tocco, a me face schifo. COSCIÒN/DACE/PECCATO».
Mariò si sedette sul bordo della navicella e, strato dopo strato, finì di ispessirsi la pelle, facendo il contrario delle serpi, dei ragni e dei granchi. Chiese ad Ammèd se potesse almeno battergli le spalle con delle manate, né di polso né a palmo teso. Al modo dei cavallari, quando pensano di rinvigorire le bestie, la cui testa enorme oscilla all’urto nel collo.
«Uì, Mariò, uì».
Il sole ingialliva l’orizzonte da cui sorgeva e quando si staccò per sempre, per quel giorno, dal mare, Mariò vi si gettò, con lo spiedo e il martello al bacino e cercando di conservare ancora sulla pelle di dietro il calore dei colpi. Toccò il Pretone. In una qualche vecchia tana di bestia ficcò un lungo chiodo, alla cui capocchia aveva assicurato una corda. Nei giorni precedenti aveva foderato l’interno di una trappola per aragoste con della plastica. L’aveva piombata legandole certi ferri vecchi al culo e ora stava ferma sotto il pelo dell’acqua, resistendo all’attrazione del fondale. Il punto da raggiungere era a qualche metro. Per non galleggiare via aveva riempito una lunga juta con delle pietre, che poggiata intorno al collo gli scendeva addosso come un giogo molle e aderente, pesante, ma semplice da lasciare andare qualora le guardie lo avessero scorto. Gli animali che abitavano le rocce intorno erano fuggiti: o le scosse o la penetrazione improvvisa delle loro acque domestiche o l’incongruenza di una macchia di calore fecero il deserto nei pressi di Mariò; l’effetto del motore, quello che si era avuto poco prima, veniva rinnovato dal mulinare delle gambe. Erano rimasti solo, immobili, conficcati come un dardo sparato, i datteri ciechi e sordi, che nei vari buchi digerivano da vent’anni il calcare e il duro. Sta al predatore ingegnarsi per carpire una preda che vive dove è nata. Ammèd era ripartito e quando Mariò fece la prima risalita, per riprendere aria e valutare quanto respiro gli occorresse per sradicare la famiglia subacquea, la sua barca picchiava delle onde che appartenevano già alla costa della terraferma e non più all’isola. Il pensiero di Mariò si approfondì perché doveva compiere in poco tempo quante più azioni possibili e con il massimo dell’efficacia — alcune immagini sono quella del chirurgo in sala operatoria, del pilota in avaria, del cuoco in servizio e del ladro di professione. L’alveare di datteri era abbastanza ampio. Scardinato e ripulito della roccia, se fosse stato preso nella sua interezza, avrebbe dovuto raggiungere i tre chili di peso. Il chiodo avrebbe retto. Tolto quanto avrebbe dovuto dare a don Ettore, Mariò aveva stabilito nel mare che il resto lo avrebbe tenuto per sé e non lo avrebbe venduto a nessun altro. I suoi figli non avevano mai provato quei frutti. Una metà glieli avrebbe proposti crudi, li avrebbe divertiti offrendo loro la breve danza del muscolo irrigato di limone; si sarebbe divertito a osservare la reazione di meraviglia di fronte alle prime cose. O li avrebbe orripilati. L’altra metà l’avrebbe lavorata come il suo cliente, con la pasta, costruendo un piatto che non conosceva. L’acqua, quando ti avvolge e sei in essa una cosa cosina, ti rallenta come il veleno della torpedine ed è un lattice o un gel, una fasciatura che costringe il triangolo spalla-scapola-omero. La fatica durata con le prime martellate era stata dolce perché seguiva a un’esplosione muscolare e fresca; era la fatica che il bambino non sente quando deve rincasare e si rifiuta di farlo o quella di chi fa qualcosa in obbedienza a una sua legge morale. Ma ora iniziava a cedere. All’ultima risalita aveva guardato la gabbia. Non serbava tutto l’alveare, come aveva stabilito all’inizio, ma la quantità per Ettore sì. E poi, con i colpi dell’ultima mezz’ora, era riuscito a recuperare quanto bastava per una delle due pietanze a cui aveva pensato: non sapeva ancora quale. Era terminato il tempo sovraumano in cui il suo corpo agiva prescindendo da lui, facendosi tutt’uno con la tempra ed esprimendola, andando oltre cosa lui fosse, chi fosse. L’uomo è bestia fino a un dato punto e in più in là di questo non sostiene più la premessa. Il sacco polmonare era al limite e già nelle gambe e nei piedi tutto il corpo dava i segni della propria escandescenza, ma se avesse resistito ancora sarebbe riuscito a tirar via dalla pietra l’ultimo frutto. Quando questo era nato le acque di superficie erano percorse come piste innevate: i trogloditi americani e i gagà della terraferma vi sciavano sopra con le stecche. I loro motori avevano mandato in diaspora intere colonie di pesci o decapitato i bovi che ne inseguivano le scie per farsi scuotere le vibrisse. Era nato nel potassio di guerra discioltosi, alto su un fondale ormai bruciato e su una distesa di lische, teste e carapaci. Dell’erba di Poseidone restavano solo le radici dure, diventate ossi. Poi il mare oscuro digerì sé stesso e venne l’era dei suoi compagni e dei suoi fratelli. Per aggiungerlo al numero di quelli che già aveva cavato fuori e durare meno fatica Mariò aveva inserito il barbaglio di pietra che gli cadeva sulla destra in un anfratto al lato opposto. Se si fosse disfatto di tutto il giogo si sarebbe sollevato come un pallone, stanco com’era, ma l’opera e il suo giorno non s’erano ancora conclusi. La spicconatura procedeva bene, anzi meglio, a quel modo. Dal fondo della mente risalì questo pensiero: «A saperlo». Il dattero sarebbe stato portato in un altro mondo di elementi. Mariò aveva lasciato che gli strumenti cadessero lungo la colonna d’acqua che stava occupando. Con le dita a becco fece presa sul dattero e lo estrasse
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atterrì e sentì un panico raggrumarsi nella gola stretta dalla juta allungata. Oscillava nell’acqua come le boe che delimitano i confini balneabili: sembrava libero, ma era ancorato. Dalla parete di pietra lungo la quale stava lavorando fuoriuscirono una, due, tre carni, nervose, quattro, cinque, peniene e incredibili. Rivelarono il loro vero colore solo quando si vomitarono tutte fuori dalle rocce. Se si patisce lo schianto di una simile paura si diventa subito il centro del cosmo. La regola su cui si regge il consueto ordinamento delle cose è infranta, come il sogno dalla veglia o la favola dalla morte: il proprio mondo interno si riversa su quello esterno e lo soverchia, cacciandolo nell’inesistenza e nello spreco. Un buio si allargò tutt’intorno e il banco d’acqua nel quale Mariò stazionava se ne colorò. Vorticando e mulinando, quell’unico dattero scendeva giù, destinato a diventare la pietra tombale di sé stesso, a estinguere i propri anni sulla rena buia. La gioia della preda è che alla propria caduta segua quella del predatore. Gli oceani lo disposero sugli strumenti abbandonati di Mariò: il dattero sopra, quelli sotto. Raccogliere le ragioni dei mostri non è piacevole. Se desiderare il male di qualcuno che pur non si conosce personalmente è un dono fatto agli uomini, questo è stato fatto solo a loro — è una concessione, un privilegio. Negli altri regni del cosmo, in ogni loro ente, sembra che ci sia solo un meccanismo: posso offendere perché posso difendermi. È per i graffi, e i colpi, e l’ansimare, oltre il fondo del cunicolo che il ratto già si flette sulle zampe e già scopre le gengive, conficcandosi nella terra per meglio lanciarsi sull’intruso — volpe, cane, altro ratto. Mariò alzò la testa verso la luce che dalla superficie irrompeva nell’acqua. Il muco nero si stava sciogliendo e si diluiva. Uscì da una delle due prigionie. Non si trovava ad una profondità tale da rompersi le orecchie o le vene del cervello se, appuntando i piedi contro la parete, e spingendo, si fosse dato uno slancio. Guardò in basso — ormai sporgenti, nei suoi occhi si accumulava una calda pressione che a lungo lo avrebbe reso cieco e diverso da come era nato. Nel panico seguito all’intricamento delle gambe, il peso libero del giogo gli si era spostato sulla schiena. L’altro si era incastrato: Mariò non riusciva a vederlo, ma più lui cercava di risalire con foga più la tela spessa del tubolare si ancorava al frastagliato della piccola nicchia, e non si strappava né si spostava. Il pesce è pesce: un sarago è un sarago, così la cernia, così il cefalo, così anche quelli più particolari, come le ciuce o le sogliole. Non condividono alcun confine con il regno degli uomini: non negli occhi, che sono sui lati e senza palpebre, grandi un terzo dell’intera testa; non nella bocca, che si origina a partire dagli spigoli del muso ed è una mascella collegata a una mandibola (la carnosità di certe cernie non suscita che riso); non nel corpo, siluroide e ogivale, tragico nel suo non poter appartenere ad altro dominio. L’essere dei pesci solo una testa, una vescica, uno sfintere e un colore li fa oggetti vivi, ma distanti, con cui si sente di non aver nulla a che spartire: sono ancora i mostri regalati all’impari tra i pari, ornamenti che nelle teche d’acqua hanno il medesimo valore di alcune belle piante. Anche il più greve e il più ostinato, in un momento di tenerezza o commozione, riesce a considerare il porco suo fratello o l’orsa sua sorella, ad avere un pensiero per il gibbone nel laboratorio, ultra-tumorato e drogato, o per la fattrice d’allevamento, dalla vagina distrutta e prostituta suo malgrado, a vegliare la gatta cancerosa o ad aspettare per lungo tempo il ritorno del cane disperso. Per alcune malattie dei pesci invece non c’è cura né ci sarà ricerca (a stento c’è un nome), per il loro destino non c’è rimorso perché essi non si arrabbiano, non emettono suoni né esprimono il dolore: è loro negato il fatto di attrarre umanità. Le loro carcasse campeggiano stilizzate sui segnali di avvertimento e fanno arredamento e fanno design. La gente del mare non ha luogo nell’ordine pensato dagli uomini. Esiste, ma non basta: è il suo peccato. Mariò calò ancora di più gli occhi, appuntandoli verso il basso da cui risalgono le posidonie e in cui si raggruma la mucillagine — incontrò lo sguardo di una meraviglia. Vi vide dentro ogni cosa che lo riguardava: era per quel corpo a cui esso apparteneva che Mariò stava cessando di comandare sul mondo e iniziava a diventare un racconto. Un attimo prima degli inizi dei tempi, subito dopo che il pianeta dismettesse le fiamme vive che lo affollavano, non vi era ancora differenza tra i due e Mariò e quel corpo erano parte l’uno dell’altro ed erano la medesima cosa. Osservò negli occhi di quella carne la propria infanzia, la madre, l’ombra proiettata sugli scogli, i fumi dei traghetti e la città che prendeva contorno al suo ingresso nel porto, rivide la donna e i figli appena nati, tutti in successione, vide le persone trasalire al suo urlo nel mercato, e poi trarre sollievo vedendone l’origine — Mariò. Enfiandosi, quella carne grossa e ostinata usciva sempre di più dal buco minuscolo in cui aveva fatto caverna, e più si mostrava più gli tirava le gambe. Eruttato fuori dallo sfintere litico del Petrone, cacciò gli occhi dalle pupille strette e orizzontali in quelli di Mariò e disistimò la comune ascendenza e l’antichità della storia famigliare: tratteneva la presa più che poteva, esercitando tutte le energie che polpa e ventose gli concedevano. L’assassino, l’assassino. Il panico provato fu per le forme, la confusione dei movimenti, la celerità nella loro esecuzione. Anche Mariò provò lo stesso. La sua grande mente si restrinse: intermittente e infine fioco, l’impulso del pensiero terminò. Qualche tempo dopo l’acqua che lo conteneva avrebbe acquisito un breve calore, cellule minuscole e tossine. Non avvertendo più resistenza, l’uomo di quel mondo lasciò le gambe del suo cattivo e risucchiando in dentro la propria massa, espulsa l’acqua dalla testa cava, si rinchiuse nella propria tana, in attesa della notte e della vera caccia. Nel vincere i datteri, Mariò fu vinto — l’essere mostri non è mai cosa certa. Il suo corpo risalì alla superficie, oltre che da altro, liberato tardi dal giogo caduto infine sul fondale. La legge dell’acqua è diversa da quella della bestemmia: puntare verso il cielo non conosce ritorsioni, anzi, è nell’ordine delle cose. La navigazione di tutte le mattine nel frattempo era ripresa, commerciale, pubblica e privata, al largo come sotto costa. Ammèd si stava preparando al secondo viaggio e guardava dalla terra il Pretone di Fuori. Mangiò qualcosa che il suo dio gli permetteva e si ridisse che il mare era proprio come i bambini. Sapeva che non doveva temerlo perché fa solo cazzate.



