La bambina dagli occhi grandi verdi

un racconto di Graziana Patanè,
foto di Marika Pitti.

Questa è un’opera di fantasia… senza realtà.
Una facezia. Non vi si veda nient’altro.
Erik Satie

Cosa ci fosse esattamente dietro quella porta, nessuno lo seppe fino al giorno in cui E.S. morì. Nascondeva la tana di un mammifero, questo era chiaro: un mammifero di una specie che contava un solo esemplare. La mia bambina dagli occhi grandi verdi, la chiamava. Torno dalla mia bambina, ci diceva talvolta ed era sempre notte fonda. Da L’Auberge de clou ー lo Chat Noir aveva chiuso da tempo, anni prima che io arrivassi ー verso Arcueil: dieci chilometri a piedi. Il suo ombrello ー ne parlava continuamente, lo perdeva, lo ritrovava ー appeso al braccio. Lo incontrai per la prima volta nell’autunno 1916 a casa di Cocteau. Paul Morand disse che assomigliava a Socrate. Occhi grigi ー pomellati, probabilmente; fronte coperta; bocca media; mento pronunciato; volto ovale. Statura: 1 m. 67. Un occhialino d’oro bollato. Era miope dalla nascita. Sentimentalmente: presbite. 

(Si prenda un vaso: è il vuoto che ne consente l’uso.)

Un musicista? Fonometrografo, semmai. O gimnopedista. O fantasista, se preferivo. Non abbia paura, i fantasisti sono brave persone del tutto ammodo, mi rassicurò. Metteva la mano davanti alla bocca per ridere di soppiatto. Parigi era nuova, per me, in quei giorni.

Nasconde, più che mostrare. Paul Valery mi indicò la vetrina della Librairie de l’Art Indépendant, miscuglio di saggi teosofici e di raccolte di poesia simbolista. Casa editrice, spaccio di libri, rifugio degli esclusi dalla vita accademica.

(Si delineino porte, finestre e pareti: la stanza è nel vuoto che circoscrivono.) 

Un nudo femminile munito di ali e di una doppia coda di pesce l’insegna. Non hic piscis omnium. Nella saletta, Rops, l’autore. Redon ー sarebbe morto tre mesi dopo ー Debussy, E.S.. Venga con noi all’Auberge, m’invitò. Cominciai a frequentarlo. Ne uscii una notte nel momento in cui anche lui veniva fuori dal locale e mi ritrovai a seguire i suoi passi da filosofo o clochard. Parigi finì, cominciò la campagna e lui si fermò davanti a un albero. Lo vidi abbracciarlo e dargli un bacio. Perlomeno tu non hai mai fatto male a nessuno. Ma ero davvero così vicino da sentirlo? Era arrivata l’alba e tornai indietro. 

(All’interno del vaso vi sono le cose, all’interno della stanza c’è l’uomo.)

In un’altra alba mi ritrovai davanti all’edificio che conteneva la bambina dagli occhi grandi verdi. Ma stava nascosta. Avvicinati, mi disse una vocina. Era davvero lei? Ogni porta, anche chiusa, contiene un passaggio. Capii cosa mi voleva dire. Mi inginocchiai davanti alla serratura, accostai un occhio e vidi un’oloturia nella baia di Saint-Malo. Pioveva, il sole era tra le nuvole. Sullo scoglio, l’animale marino faceva le fusa come un gatto e filava una seta ripugnante. L’azione della luce sembrava infastidirlo. Non ho tabacco, disse. Meno male che non fumo, aggiunse. Il vento prese a soffiare come una foca dritto nel mio occhio. Infastidito, mi scostai per avvicinare l’orecchio. Del vento non c’era più traccia, ma l’orologio di un vecchio villaggio abbandonato scoccò un colpo secco: il colpo delle ore tredici. Restai per le successive venti ore ad ascoltare il suono di un pianoforte: 35 battute ripetute 840 volte. Una musica immobile, un oggetto sonoro. Quando l’esecuzione terminò, andai via. 

Quante volte tornai in quegli anni alla bambina e al piccolo passaggio? Era come accostarsi al vetrino di un caleidoscopio: bastava un minimo movimento e tutto era diverso. E.S. aveva appena finito di mangiare la sua minestra. Si alzò e andò a fumare la pipa in riva al mare. L’odore del tabacco fece starnutire i pesci. Poi vidi Robinson Crusoe avvicinarsi al mio amico. Un’isola deserta è davvero troppo deserta, disse scrollando il testone tutto nero. E.S. annuì, continuando a fumare. Crusoe aggiunse qualcosa che non riuscii a sentire. Scostai l’occhio, avvicinai l’orecchio. Mi giungeva adesso la storia di un piccolo preludio d’avorio come un tappeto risonante, un piccolo preludio tutto di dolcezza mistica, di letizia estatica, di intima bontà.

((Ma i pezzi contenuti in un caleidoscopio, non sono sempre gli stessi?))

In un’alba ancora diversa la bambina mi mostrò un gruppo di crostacei. Crostacei dagli occhi fissati in cima a peduncoli mobili, riuniti come fossero una famigliola, tutti rattristati in obbedienza alla loro natura molto malinconica. Scomparvero per andare a caccia e io rimasi con una musica ricavata dal ghigno di un guastafeste, da ascoltare a piccoli sorsi.

Era una nuova primavera per le strade di Parigi. Foglie nascevano dai rami su cui gorgheggiavano passerotti. Una donna, al braccio del suo amante, alzò il viso. Non ti sembra che canti di noi? tubò. Ero solo, scappai. Mi ritrovai dalla bambina, incollai l’occhio al passaggio. E.S. sedeva senza compagnia. Nella finestrella alle sue spalle un cielo di piombo, livido, sinistro. Iniziò a battere le dita sul tavolo. Per distrarsi contò da uno a duecentosessantamila. Il risultato fu un preambolo amaro, un’introduzione austera e afrivola in cui aveva messo tutto quel che sapeva sulla Noia. Un corale grave e dignitoso, per gli Incartapecoriti e tutti quelli che non lo amavano. Lui, invece, non amava il sole, neanche in senso figurato. È un bruto, diceva. Dà colpi. Nei giorni di temporale faceva lunghe passeggiate in campagna. 

Passaggio: orecchio. Collage: Convito – capitoli 32, 33, 38; Fedro – capitoli 4, 5; Fedone – capitoli 3, 33, 35, 38, 65, 67. Un centinaio di parole in totale: la sua musica era in tutto quello che non vi si trovava.

Passaggio: occhio. E.S. che confeziona un regalo per il Papa. Il regalo consiste in uno splendido berretto basco d’argento, tutto foderato di mogano; in un’insalatiera di alpaca e in una pipa di schiuma di porco.

Passaggio: orecchio. Statue su enormi piedistalli disposte a semicerchio. Al centro, una tavola con i resti di un festino. In lontananza, cadaveri e ossa umane. Immobili, le statue si trasformano continuamente: teste di cane, di sciacallo, di tartaruga, di capra, di pesce, di lince, di tigre-lupo, di bue, di beccaccia di mare, di liocorno, di montone, di antilope, di formica, di gnu, di serpente, di caprone azzurro, di babbuino, di cuculo, di granchio, di albatro, di struzzo di talpa, di vecchio toro, di bruco rosso, di bontà, di paguro, di cinghiale. Di ragno.

(All’interno della stanza c’è l’uomo, all’interno dell’uomo c’è lo spirito che teme la dissoluzione e la scomparsa della forma.)

Morì l’1 luglio 1925.

La sua bambina dagli occhi grandi verdi si mostrò a noi: tre metri di altezza, due di lunghezza e un metro e cinquanta di larghezza. Una bambina-armadio avvolta da un’enorme ragnatela. Nessuna finestra, ma solo, vicino al soffitto, una piccola apertura: un triangolo di cielo. Un letto, un pianoforte. Un’agglomerazione indistinta di oggetti eterocliti. Scatole di sigari. E dentro, accuratamente riposte, lettere indirizzate da E.S. a E.S. e quattromila bigliettini con la sua calligrafia. 

Su uno: Ma che mai sarò venuto a fare su questa Terra così terrestre e così terrosa? Avrò dei doveri da compiere? Sono venuto per assolvere una missione — per fare una commissione?… Mi ci han mandato per divertirmi… per distrarmi un pochino?… per dimenticare le miserie di un aldilà di cui non mi ricordo più? Non sarò mica importuno?

Dentro la bambina-armadio, scoprimmo un’altra porta: nascondeva uno sgabuzzino. All’interno: un centinaio di ombrelli ancora avvolti nella carta del negozio che glieli aveva venduti. E sotto montagne di polvere, ancora sigillate nelle loro buste, gran parte delle lettere che noi, amici, gli avevamo scritto negli ultimi anni della sua vita. E alle quali, del resto, aveva sempre regolarmente risposto.

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