Storytelling

un racconto di Simone Rizzi,
fotografia di Kristina Rozhkova.

A volte, verso le cinque o le sei di un pomeriggio opaco o di carsica smemoratezza, e soprattutto se grava sulle palpebre il torpore insalubre di tutta una settimana mal spesa, il cielo tagliuzzato che osservi da una camera qualsiasi sembra invariabilmente tendere al grigio plumbeo o all’azzurro diafano, prealbale. 

Traduzione: la domenica pomeriggio, da poco non piove più, e tu, distrutto da un’altra settimana assorbita da un impiego e mai dal lavoro, che invece insegui come un ossesso senza mai raggiungerlo, sei talmente bruciato di accidia (la gola infiammata secerne schiuma, gli occhi tremano al ritmo delle schede aperte e richiuse sul pc, le gambe formicolano di tutti i passi abortiti sotto una sedia o percorrendo all’infinito sempre lo stesso metro quadro di piastrelle…) che neppure distingui il colore del cielo: non sapresti nemmeno dire se si avvicina il crepuscolo della sera (i desideri) o quello della mattina (i progetti). La donna che ami, quella con cui vivi, è ogni giorno di più un ostacolo soffice e soffocante alla tua felicità, e nondimeno continui ad amarla.

L’amore non ha nulla a che fare con la felicità, ma condivide qualcosa con la spossatezza, con i dolci a più piani, con la nevrastenia di una gatta in calore. 

Ora, come tutti quelli che disprezzi, stai passando un tempo incalcolabile ad agognare o ingiuriare la serie indiscreta delle esistenze altrui, al ritmo accelerato di una raffica d’istantanee o brevi video. Non hai alibi, non stai facendo nulla neppure tu. No, fumare svagato davanti alla finestra non conta, e neppure l’ennesimo libro di un autore morto e sconosciuto, pubblicato da un editore sconosciuto e acquistato in una delle decine di librerie indipendenti di Milano conta davvero: guardale, le tue opere buone, degne di un parassita culturale, un’altra categoria che aborri perché sei ad un passo dal precipitarci dentro. Tra l’altro, un occhio al cellulare lo butti anche tu di tanto in tanto, da bravo ipocrita. Cosa ti salva? Oggi, proprio non lo sai. Perlomeno, ti dici per giustificarti, tieni le notifiche silenziose, e a volte silenzi anche le chiamate (ma chi chiama più, oramai?). Limiti l’ossessione, insomma, tenti di tarparle le ali, ritardi la marcia a tappe forzate verso il tuo cranio, dove è pronta a piantare la sua bandierina giallo-rosa o bianco-blu. Se non sai nulla, speri, se resisti alla tentazione di chiederti chi o che cosa c’è per me, allora forse sei salvo fino al prossimo raptus da aggiornamento, di update dell’informazione. A quando qualcosa di davvero nuovo? E se il nuovo fosse abbandonarsi all’algoritmo, come ad un paradiso artificiale? A quando le spunte nere per manifestare irritazione?  

Guarda fuori, anche se non vuoi: in città, vecchi e nuovi palazzi fanno insieme l’effetto di una regata fantasma sui riflussi continui e verde-slavati di automobili e passanti: ci sono le agili tartane, i mesti galeoni, e le navi da crociera, dove agli esotici e ingannevoli diversivi del viaggio sembra essersi sostituita la sfibrante monotonia di un attracco perenne, definitivo. Da che esistono, le grandi città riproducono la tensione perversa, sublime e del tutto artificiale, di convogliare la totalità del possibile in un unico punto. Su una spiaggia deserta, invece, si osserva, atterriti e in qualche modo grati, il nulla di onde sempre uguali, increspate da una mano invisibile. Promesse, inganni, premonizioni: ciascuna è indistinguibile dall’altra, e tutto ciò che si vorrebbe è perdersi, farsi simile a loro, a quel movimento senza scopo, spuma fredda e acqua.

E se invece che d’acqua si trattasse di vetro? 

E così, ecco che persino lo squallido incrocio tra piazza Napoli e via Stendhal (le rouge dei semafori a intermittenza, le noir dei senzatetto senegalesi ubriachi, le rouge dei graffiti e delle sirene, le noir dei ragazzetti parafascisti in mancanza d’altri stimoli) si tinge di una qualche bellezza. Ce la raccontiamo o, meglio, tutto si può raccontare, tutto urla e prega di essere raccontato. Ed è la sua redenzione, ed è la tua condanna. Ciascuno sceglie la propria condanna, o la propria croce, e non stupisce che gli atei facciano ogni giorno incetta di metafore religiose. Là fuori ci sono un sacco di idioti che non credono a una riga di quello che scrivono, che dicono. Tu, invece, devi crederci per forza, altrimenti che ti rimane? 

Eccola, un’altra domanda inutile, da scriteriato direttore di magazine culturali, una domanda che non ti puoi permettere (torna al lavoro…). Tu cristallizzi tutto quello che fai, tutto quello che pensi, lo rigiri nella testa e se va bene sulla carta, fino a ricavarne una sorta di allegoria cerebrale, un fondale dipinto. Da qui la frenesia gelida e immobile che ti governa.

Traduzione: rimugini sempre il solito marcio, astratto tritume senza ricavarci nulla. 

Hai messo anche le cuffie (un quartetto d’archi che neppure riconosci), e ti fai cullare da un breve pensierino amorale, da nietzschiano di quarta ginnasio: la musica è davvero al di là del bene e del male. Isolato dagli auricolari, ti è impossibile distinguere uno scoppio di risa da uno di pianto, la gioia dal dolore: giù da basso, nel mondo di sotto, vedi solo gente che si agita e ripete i medesimi gesti all’infinito. Convulsioni, perlopiù.

E allora fissi sempre più assorto, sempre più distante il mondo di sotto, e la strada pullula di martiri del regno degli oggetti acquistabili, dei rapporti fungibili o degli eterni noleggi a pagamento che concedono le piattaforme online: dai posseduti agli spossessati è un attimo. Soltanto un individuo piuttosto rozzo (o meno orgoglioso) cercherebbe di schedarli in base alla classe sociale di appartenenza, ai privilegi economici o culturali, che pure esistono, perché costui crede nella fratellanza tra gli esseri umani soltanto quando questa gli promette un aumento di stipendio o il facile beneplacito della propria coscienza tarlata e vile. No, a te interessano distinzioni più trasversali, diciamo di natura estetico-morale. Ad esempio, ci sono i collezionisti: che importa se indossano soprabiti di seta (come la donna minuta dal volto crucciato che attraversa in questo istante l’incrocio), canotte bisunte, ciabatte o tacchi a spillo: li riconosci dallo sguardo, dall’andatura. Rapaci e ricettivi, la natura nel complesso studiata dei loro movimenti (un’armonia fredda, pedantesca) gli deriva dall’estrema precisione dei propri desideri, suddivisi in base a rigide categorie di articoli sul mercato reale o immaginativo, di persone rispondenti al tipo di raccolta che essi hanno in animo di completare. Il collezionista venera le minime variazioni e i dettagli quasi invisibili, l’offerta cinematografica delle smart pay-tv, le moto d’epoca o le chitarre acustiche, la chinoiserie, i partner che conservano traumatici ricordi d’infanzia, le minoranze culturali da preservare, le specie a rischio o una serie di marine fiamminghe convertite in NFT. Soprattutto, ricerca le circostanze che gli permettono di gestire un numero anche vasto, ma controllabile, di addendi: solo a queste condizioni manifesta una qualche dose di affezione o sensibilità nei confronti di uno o più elementi dell’insieme che lui, e lui soltanto, ha assemblato con fatica immane. In qualunque altra occasione, invece, il collezionista perde ogni punto di riferimento, e si uniforma pertanto all’opinione e al modo d’agire dei più, mantenendo tuttavia una leggera irrequietudine e un non trascurabile gusto estetico. Ovviamente, il collezionista vive un costante stato di frustrazione, perché sa che non completerà mai alcuna serie e, talvolta, lo prende la smania di distruggere tutti quegli aborti d’infinito, di eliminare tutti gli account, di troncare ogni relazione simile e di immolarsi lui stesso sull’altare dell’incompiuto.

Ci sono, poi, i monomaniaci. Quel ragazzo pallido che guarda in alto e si chiede come potrà evitare l’ennesimo crollo nervoso è di certo uno di loro. L’universo interiore del monomaniaco si coagula e si rapprende di continuo intorno ad un centro immobile, il feticcio supremo, insieme irraggiungibile e segregato nei cunicoli della sua psiche. Può essere un oggetto, una persona, un’idea e, non di rado di questi ultimi tempi, abbondano i monomaniaci di sé stessi, invaghiti, come tutti i propri simili, dell’unica cosa che non potranno mai stringere. Non conta, infatti, che in alcuni casi i monomaniaci riescano ad ottenere per un tempo breve o lungo ciò per cui si affannano, perché proprio in quel momento si sentono sopraffatti dal delirio del possesso, mentre il lato idealizzato del feticcio si separa presto dalla sua rappresentazione o simulacro terrestre, si trasforma in paccottiglia kitsch e li getta nel tormento estatico di non aver raggiunto ancora nulla. Il monomaniaco edifica labirinti impossibili ed intricati per tenersi il più possibile alla larga da ciò che poi tenta e teme di raggiungere. Può inoltre essere tanto socievole quanto schivo, perché oscilla sempre tra l’istinto di gridare a chiunque la propria pena senza consolazione e un geloso riserbo, specie quando è convinto che non esista al mondo chi lo possa davvero comprendere: soltanto a sé stesso concede il privilegio spinoso di odiare talvolta la propria idea fissa. Inoltre, sviluppa spesso tendenze manipolatorie o manie di persecuzione. Il suo unico interesse è infatti costituito da una e una soltanto tra le merci/anime/fedi disponibili sul mercato o nel regno dei possibili (le due cose coincidono quasi sempre).

Teme quindi in modo spasmodico ogni tipo di concorrenza, e si ingegna per estirparla sul nascere, fallendo nella maggior parte dei casi. 

Infine, la categoria di gran lunga più numerosa: i cleptomani. Inutile indicare qualcuno là sotto, le città traboccano di individui simili di ogni estrazione, genere, temperamento e intelligenza. Un cleptomane vive un’esistenza del tutto parassitaria, all’ombra cioè di uno o più modelli che ammira e invidia per una serie di caratteristiche, doti o privilegi che a lui, invece, difettano. Il cleptomane non ruba mai il singolo oggetto, non si impadronisce del singolo tratto di personalità, di un trance de vie svincolato dal resto per tentare di imitarlo, quanto piuttosto vorrebbe disperatamente svaligiare la villa intera, oppure sovrapporsi del tutto al proprio modello, fagocitarlo e prenderne il posto. È, insomma, il tipo da pacchetto completo. Il cleptomane si impone di pensare, di comportarsi, di agire in piena conformità con il modello che ha adottato, perché lo reputa infinitamente migliore di sé. In ognuno di noi alberga una dose non indifferente di questo genere di cleptomania, di amore della menzogna, del travestimento, e di fatto moda e pubblicità non sono che cleptomania di secondo grado. Le vaste schiere dei cleptomani “puri” trascendono questa condizione comune, e intrattengono con l’idea della persona imitata un duplice rapporto di soggiogamento e odio, proprio perché non riescono mai a combaciare con il loro ignaro carnefice e maestro, come un passante che per caso si sovrappone, in un gioco di prospettive, al cliente di un bar dall’altra parte del vetro. 

Anche nelle situazioni più comuni, il cleptomane si chiede sempre come si comporterebbe il modello, lo stereotipo che ha eletto a guida, ma ancora di più smania perché chiunque attorno a lui lo consideri esattamente alla medesima stregua, copia conforme di un’idea che è invece quanto più distante da chi la interpreta. La pantomima del cleptomane (o la brama irrealizzabile di depauperare di ogni risorsa l’icona amata-odiata) si sfilaccia presto e mostra, ad un occhio un minimo accorto, le ferite che la propria recita di continuo gli infligge, senza tuttavia interrompersi mai. Per questo, il cleptomane tende a circondarsi di compagnie condiscendenti che, per ingenuità, noia o interesse, non mettano mai in dubbio la traballante maschera che indossa sul proprio volto vuoto. Il cleptomane è infatti conscio fino all’esasperazione dell’abisso che lo separa dalla meta, e teme che chiunque voglia metterlo alla prova. Ad esempio, se si mette in dubbio la naturalezza dei suoi atteggiamenti, allora la prende come una lusinga. Se il travestimento salta, infatti, il cleptomane gode dello scandalo che provoca, e per un attimo si solleva dal ruolo. Se invece il dialogo si risolve in qualche genere di complimento, il cleptomane si irrigidisce e tentenna: non riesce mai a fidarsi del tutto, eppure gli fa gola pensare che davvero si possa credere alla sua recita. 

Bene, fine del giochino. Ti sei divertito? No, neanche un po’. No, perché tu ce le hai tutte, sei tutte e ciascuna di queste figure dell’insoddisfazione, e talvolta persino il pazzo iconoclasta che vorrebbe bruciare tutto in nome dei venditori di stracci. 

Non sai neppure che ore sono, ma un vermicello rognoso ti sguscia nell’incavo della mano e ti impone di afferrare l’agenda. Hai impegni, oggi? Si agogna dalle agende la fissità della morte, dell’inevitabile premeditato, spogliato di asprezza e mistero. Chiediamo di assistere alla nostra lunga, prevedibile agonia: un trapasso scadenzato con esattezza, pieno di cose da fare

Niente impegni, ma: desideri e progetti. Questo, ora. Scrivi, se scrivi ti verrà più facile provare a mantenerli, a mantenerti, anche se poi, lo sai, non lo farai mai. 

È finito un altro giorno. Oppure, è appena iniziato. 

Leggi anche…

Storytelling
Cani sciolti
CORDON, blé, o La fisica degli spazi aperti